Lo spettro illustre degli spaghetti western: Keoma

Sul profilo IMDb di Enzo G. Castellari è segnato, da anni ormai, un film in lavorazione che purtroppo e con ogni probabilità mai verrà realizzato: Keoma Rises, il cui titolo porta con sé i toni mitici di un sequel / reboot. A una certa, è stato lo stesso regista a caricare sul suo account Facebook una locandina fan-art con il protagonista invecchiato e una pistola fumante nella mano. Oltre a Franco Nero, il cast elencato sarebbe di quelli illustri: Caroline Munro, Claudia Cardinale, Fabio Testi, Joe Dante, Ruggero Deodato (!), Gianni Garko e moltissimi altri. Me cojoni. C’è a chi piace sognare. Non se ne farà mai nulla. Se invece ne facessero un remake, al posto di Franco Nero ci starebbe benissimo Alessandro Borghi, i due hanno infatti lo stesso sguardo penetrante, simili occhi glaciali.

Ripensando a Keoma, l’originale del ‘76, si può solo essere d’accordo con l’opinione comune: caposaldo tra gli spaghetti western ne è anche il testamento, l’ultimo degno esemplare di una breve e folgorante stagione del cinema italiano. “Why did you come back?” è la prima battuta rivolta al protagonista. Perché sei tornato? – un modo perfetto per far partire il film, di fatto già spiegando il suo senso più intimo: l’essere fuori tempo massimo. Per spiegare ciò, il film ricorre alle ellissi temporali, ai flashback, incastonati nel presente narrato con una perfezione di montaggio che Castellari & Co. sembrano recuperare dal padrino del genere, Sergio Leone.

Il passato può essere scandito solo nei ricordi e i ricordi portano con sé la consapevolezza del presente, dell’invecchiamento. Keoma è un uomo che non si riconosce più in nulla, né in chi è diventato né tantomeno nel mondo che lo circonda. L’idea di fondo che la pellicola porta avanti è quella di una civiltà finita e abbandonata a se stessa, di una terra totalmente senza legge. Una costante dei western, nonché dei film apocalittici. Roba forte, primordiale, che funziona sempre.

L’apparente mancanza di un vero cuore narrativo fa sembrare Keoma un contenitore dentro cui le vicende si accumulano man mano, quasi per caso. È una pellicola che vive di questa sua natura sfilacciata e che per tale motivo risulta però appassionante. In verso contrario va paradossalmente la scelta di una colonna sonora che monumentalizza il protagonista: i testi delle canzoni descrivono alla lettera le sue gesta, i suoi stati d’animo, quasi fossero ballate popolari tramandate oralmente.

Keoma Castellari recensione film Franco Nero

Simone Tarditi

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