Dimmi chi sono di Sergio Basso: sognare una vita diversa

Su Dimmi chi sono, regia di Sergio Basso, bisogna subito fare una premessa: è un film dalla molteplice natura. È tante cose, non una sola. È un film di finzione, fino a un certo punto. È un documentario, a tratti. Attraversa il genere drammatico e il musical. Ha un approccio realista, punta a raccontare il vero pur filtrandolo ed edulcorandolo. Mescola il reportage, con interviste alle persone del posto riprese per strada, a scene realizzate a tavolino. Lungo anni d’accumulo di materiale cambia chiaramente anche l’attrezzatura e la strumentazione usata, e lo si nota a tal punto che non può non essere un effetto voluto. È un film-spot, film-cartolina, ma come si fa a “vendere” al mondo esterno l’immagine di un luogo dominato dalle baraccopoli?

Quanto scritto sembra la dissezione di difetti macroscopici. È così? No, si tratta del punto di forza dell’operazione Dimmi chi sono, una co-produzione internazionale che ha coinvolto La Sarraz, casa torinese sempre più in primo piano sul panorama italiano (e non solo). L’antefatto è nel 1990: centinaia di migliaia di persone vengono esiliate dal regno del Bhutan perché chiedono democrazia. Trovano quindi rifugio, ospitalità e protezione in Nepal. Da lì parte una lotta decennale per il riconoscimento dei propri diritti.

Sarita, protagonista del film, è un’adolescente come tante, e come tutte ha qualcosa di speciale, qualcosa di unico. Sogna una vita diversa, lontana da un luogo che pochissime prospettive le può offrire. Passa le giornate per strada coi suoi coetanei scherzando sull’arretratezza del paese, andando a pregare al tempio di Shiva sempre però prima facendosi bella col trucco (un bindi sulla fronte, rosso come la sua t-shirt) perché non si sa mai chi si può incontrare. A volte, una voce divina le parla.

In Dimmi chi sono è interessante la scelta, che presuppone alla base una visione ottimistica, di non mostrare la sofferenza patita, i ricordi-cicatrice, bensì il vivere quotidiano nel suo dipanarsi. Sarita, a tal proposito, ha una battuta dal valore universale, che travalica confini e generazioni: È più facile costruirmi un futuro che desiderare un passato”. Le si può dare torto?

Simone Tarditi

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