Cam: quando l’autodistruzione diventa favola horror

L’invidia per il successo raggiunto da PrincessX (Samantha Robinson) e altre camgirl spinge Alice Ackerman aka Lola_Lola (Madeline Brewer) a rendere i suoi show sempre più estremi, arrivando a inscenare la propria morte con dei finti suicidi oppure ad auto-provocarsi degli svenimenti con vibratori. Qualsiasi cosa pur di guadagnare preziose posizioni nella classifica delle performer. I soldi, erogati digitalmente dai fan a ogni diretta, fanno comodo, ma non sono tutto. L’attività in cui la protagonista trova appagamento è in primis agonistica, ma presto la situazione generale sfugge al suo controllo a causa di una doppelgänger con le sue stesse sembianze.

Cam, distribuito qualche tempo fa da Netflix, è quel tipo di horror psicologico di cui in Italia nessuno parla, ma che meriterebbe un’attenzione particolare. Leviamoci il dente senza fare troppi spoiler: il film non spiega una macro-questione legata a uno snodo narrativo fondamentale di natura algoritmica, pertanto alcuni potrebbero sentirsi disorientati dalla conclusione. Ciò premesso, il finale è allo stesso tempo cristallino e amarissimo. Se si prende il dovuto paragone con Videodrome di Cronenberg, anch’esso lasciava all’immaginazione più di quanto venisse spiegato, eppure è oggi considerato un cyber-capolavoro. Fra dieci anni succederà anche a Cam?

Gli autori (la sceneggiatrice Isa Mazzei e il regista Daniel Goldhaber) hanno costruito un’opera che mira a raccontare un crescendo di dissociazione. Il mondo pornografico ne è il contesto, l’ambientazione virtuale, dove tuttavia il sesso è annullato a tal punto da rendere ogni personaggio quasi del tutto asessuato. Un paradosso in essere: tutto gira intorno all’eccitazione, all’Eros, ma la carnalità perde la sua componente materica ed è sempre individuale, masturbatoria anche quando l’autoerotismo non viene praticato. Stricto sensu, rimane ben poco di quel che rende “animali” gli esseri umani.

Lo stesso sdoppiamento a cui va incontro Lola_Lola rappresenta un argomento interessante. Il suo spirito si corrode a tal punto da far perdere ogni traccia della persona che era in origine? L’innocenza, la riservatezza e la timidezza nella vita reale non possono più collimare con il personaggio per il web che lei ha creato? “That person is not me”, dice riferendosi a una donna a lei identica, ma in cui non si riconosce. La morale di Cam non è spicciola: sì, i social possono creare dipendenza e anche cambiare in peggio gli utenti, ma la webcam e Internet sono uno strumento attraverso cui ci si può deformare. E dietro a questo evento c’è sempre una volontà. Da questo punto di vista, il film realizza un cerchio perfetto negli ultimi minuti, con un azzeramento e una ripartenza da capo, dove l’essere diventati diversi non significa il non andare a ripetere gli stessi errori.

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Simone Tarditi

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