Le spie vengono dal semifreddo: crema di crema alla Bava

Le spie vengono dal semifreddo: crema di crema alla Bava

September 17, 2020 0 By Simone Tarditi

Le spie vengono dal semifreddo aka I due mafiosi dell’F.B.I. aka Dr. Goldfoot and the Girl Bombs (negli USA), anno 1966. Uno scienziato pazzo (Vincent Price, già apparso nello stesso ruolo in un film precedente) fa il doppiogiochista coi governi per scatenare una guerra nucleare sulla scacchiera del mondo. Nel fare ciò, si serve di robot dalle perfette sembianze femminile che all’occorrenza esplodono uccidendo importanti personalità politico-militari. Un agente segreto accompagnato dalla bellona di turno e da Franco e Ciccio proverà a sventare la serie di attentati.

A volte bisogna essere onesti anche nei confronti dei registi che si apprezzano di più: Le spie vengono dal semifreddo va visto solo perché di Bava, infatti da difendere c’è ben poco. O, meglio, tutto è sempre difendibile, in particolar modo in un’epoca -come quella attuale- dove il brutto ha anche maggior visibilità e presa sulle masse dei fruitori di contenuti audiovisivi, ma ci son dei limiti.

Un film siffatto ha un problema insormontabile e non riguarda la sceneggiatura sconquassata o le interpretazioni: a tratti, qui di Mario Bava si fa fatica a riconoscere il genio che è invece rintracciabile in ognuna delle sue pellicole, nonostante sia presente l’immancabile inventiva volta a sfruttare al meglio il solito bassissimo budget a disposizione. Gli stessi effetti speciali di cui il regista ha potuto farsi un vanto per tutta la carriera, e di cui tutta l’industria cinematografica era consapevole, in questo film sono rozzi e allo stato grezzo. L’insieme di trovate registiche è buttato a casaccio, senza cura. Ed è un fatto insolito, raro per lui. Sembra che, a differenza di un Diabolik, Bava non si sia neanche divertito.

Divertente è invece il suo cameo tra le nuvole nei panni di un angelo dall’aureola di cartapesta in quella che è la sequenza più sregolata di tutto il film e che velocemente conduce al finale. Una sequela di corse e scazzottate tra terra e cielo, su giostre, mongolfiere, aerei. In un momento Bava semi-cita una pellicola di Mario Monicelli (È arrivato il cavaliere, 1950) di cui ai tempi aveva curato la fotografia e in un altro egli parodia la celebre scena del Dr. Stranamore di Stanley Kubrick quando l’idiota di turno cavalca la bomba sganciata. Quel che è più interessante è la modalità di cui Bava si serve, ossia un quasi totale annullamento dei dialoghi per abbracciare il linguaggio del cinema muto comico, fatto di velocizzazioni, gag, torte in faccia (un estintore lo vediamo sparare crema pasticcera), botte da orbi e didascalie che sostituiscono molti dei dialoghi. È una soluzione tanto interessante quanto disorientante, la si accetta per quel che è, vuoi che sia stata dovuta al sopperire alla mancanza di tempo e soldi o vuoi che sia stata invece una scelta artistica.

Il meglio però arriva alla fine. I titoli di coda compaiono sovrimpressi mentre un nutrito corpo di ballerine è intento a danzare. Sono le donne robot di Dr. Goldfoot e sono tantissime, con i loro capelli raccolti e il costume intero, dorato. Un balletto meccanico, disarmonico, che nulla c’entra con tutto il resto del film. Ci si può vedere un omaggio, o almeno un riferimento, alle ben più studiate coreografie di Busby Berkeley, oppure solo una chiusura come un’altra, giusto per mettere un pizzico di sexy.

Simone Tarditi