Un film come Hatari oggi non lo si potrebbe fare

Un film come Hatari oggi non lo si potrebbe fare

November 25, 2020 0 By Simone Tarditi

No, al giorno d’oggi un film come Hatari non lo si potrebbe più fare. Diversi i motivi. Punto primo, se la crudeltà nei confronti degli animali è ignobile sempre, lo dovrebbe essere ancora di più per lo spettatore odierno, che si spera aver sviluppato una sensibilità maggiore per il tema. Altra epoca, altri modi di pensare e di vedere il mondo, tutt’altra percezione nei confronti dei viventi, per carità, si spezzino tutte le lance del mondo, ma ciò non toglie che certe scene possano essere inguardabili al giorno d’oggi.

Della violenza e del soggiogamento viene fatta mostra in un crescendo che raggiunge il suo apice nell’ultima quarantina di minuti -su 157 complessivi, decisamente troppi per l’esilità della trama- allorché si compie a far favor di cinepresa la cattura di scimmie e di un rinoceronte. Va detto che, se non ci si sente colpevoli, col procedere della visione si può anche finire con l’ammirare il realismo che Howard Hawks mette in questo suo film in cui praticamente ogni cosa è dal vero. Niente stock footage alla Mogambo (1953) di John Ford o The Snows of Kilimanjaro (1952) di Henry King, per intenderci. Le riprese di Hatari sono effettuate in Africa con il cast che s’impegna in prima persona nella cattura delle bestie. Di dubbio gusto, sbilanciata sul piano della forza e moralmente discutibile, la lotta è per lo meno non finta.

Seconda questione, sono due ore e mezza di nulla. Un gran nulla, un nulla spettacolare, ma comunque un nulla. La vicenda è così sintetizzabile: una giovane reporter italiana (Elsa Martinelli) viene incaricata da uno zoo di fare delle foto mentre vengono catturati gli animali destinati a essere esposti in Europa e, da questo viaggio, nascerà un amore con l’uomo a capo del gruppo di cacciatori (John Wayne, chi sennò?). Tutto qui. Certo, ci sono spedizioni nella giungla e nelle distese pianeggianti, gag e momenti di tenerezza, ma il plot è per davvero solo questo. Giusto Il Mereghetti poteva dargli tre stelle. Non si scaldi il fan del regista.

Da ogni lato lo si prenda, Hatari vive di una rara libertà realizzativa. Nel fuggirsene in Africa con i sei milioni di dollari del budget in una mano e nell’altra una sceneggiatura inesistente, Howard Hawks dimostra di aver riposta in sé una fiducia che lo studio system di stampo classico concede di rado. Un trattamento del genere lo si guadagna col tempo. Hatari rappresenta quindi l’occasione non frequente di poter fare il film che si vuole, come lo si vuole. Che poi, incidentalmente, nel 1962 diventi anche uno dei dieci titoli più di successo al box office USA è la ciliegina sulla torta in grado di garantire un sorriso a tutti, dai produttori al pubblico. In sostanza, una pellicola memorabile a prescindere dal valore e dai giudizi.

Hatari recensione film john wayne

Simone Tarditi
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