Tre ritratti femminili nel cinema di Jane Campion

Tre ritratti femminili nel cinema di Jane Campion

March 1, 2021 0 By Mariangela Martelli

I film della neozelandese Jane Campion pongono da sempre un’attenzione particolare per le protagoniste femminili. La regista ha appreso l’amore per l’arte in famiglia (dal padre regista teatrale e dalla madre scrittrice) e ne ha fatto una sua cifra stilistica. L’intermedialità che traspare nel suo cinema è plasmata dall’utilizzo della poesia, letteratura e musica: elementi che si intrecciano alle vite di donne del passato. Paradossalmente, sono proprio i melodrammi storici della Campion ad essere stati posti sotto la lente della critica femminista, che ha letto nel rapporto di dipendenza/oppressione/protezione verso uomini autoritari, il non riscatto delle figure femminili.

Lezioni di piano: l’amore e la passione

In Lezioni di piano (The Piano, 1993), considerato il capolavoro della regista, è la musica ad articolare la narrazione: attraverso la colonna musicale di Michael Nyman, prende forma la vicenda della protagonista Ada McGrath (Holly Hunter), una donna che ha perso la capacità di parlare durante l’infanzia. Suonare il pianoforte diventa uno strumento per esprimere i propri sentimenti e pensieri ma anche un oggetto-estensione del corpo della protagonista. Siamo nel 1852 e Ada è stata data in moglie dal padre a un uomo che non conosce. La donna si ritrova con la figlia Flora (Anna Paquin), avuta da una precedente relazione con l’insegnate di pianoforte, in un paese lontano e straniero (Nuova Zelanda). Ad accogliere le due troviamo una burrasca, un ambiente roccioso e l’asperità di un gruppo misto composto da nativi Maori e coloni inglesi. La cassa contenente il piano è un carico pesante, difficilmente trasportabile lungo il sentiero fangoso che taglia il bosco. Ma Ada è testarda: non vuole separarsi dal suo piano: rimane con la figlia in riva al mare, suonando i tasti da una fessura ricavata dall’asse di legno. Al mattino avviene l’incontro dal vivo con il futuro marito (Sam Neill), dopo un precedente scambio di lettere e ritratti. Ma il cammino verso la casa coniugale procede a passi lenti e pesanti nel fango: un ostacolo che preannuncia le difficoltà di Ada. La donna, nella scena della sua prima separazione, osserva lo strumento dall’alto della collina. A salvarla il legame speciale con la figlia (ricordiamo che entrambe attrici hanno vinto un Oscar: come migliore attrice e come migliore attrice non protagonista), una bambina vivace e senza peli sulla lingua; inoltre la capacità di Flora di tradurre il linguaggio dei segni la fa essere l’interprete-connettore della madre con un gruppo di puritane pettegole e il patrigno. L’uomo si assenta qualche giorno per acquistare della terra dai Maori, con la speranza, al ritorno, di poter trovare posto all’interno del microsmo madre-figlia. Nel frattempo, Ada si sente libera di andare con la Flora da un proprietario inglese, George Baines (Harvey Keitel), perfettamente integrato nel gruppo di nativi, ponendogli la richiesta scritta di accompagnarle alla spiaggia per recuperare il piano, ma lui non sa leggere. Nonostante l’iniziale rifiuto dell’uomo le accompagna alla spiaggia.

La scena in cui Ada suona non è solamente un riappropriarsi dello strumento, ma anche della gioia di vivere, sottolineata dal cambio del registro cromatico: adesso l’immagine è piena di luce e vi dominano i toni caldi del tramonto, a contrasto con i colori spenti dalla pioggia, all’interno della foresta. George osservare Ada suonare e abitare il nuovo spazio: è qui che inizia l’ammirazione verso di lei che presto si evolve in desiderio. Il marito, una volta tornato, propone a George un baratto: il piano in cambio di 80 acri di terra. Ada si ritrova obbligata a eseguire il volere del coniuge: dare lezioni di piano a un analfabeta, di cui ne ha repulsione ma la musicista rimane stupita quando sente che l’allievo ha fatto accordare lo strumento e che preferisce guardarla/ascoltarla suonare.

Lezioni di piano Jane Campion

Il bacio sul collo che George le getta d’impulso fa scattare la repulsione di lei e sancisce il patto tra i due: un tasto per ogni visita. A ogni incontro aumenta l’ossessione di George verso Ada, mentre nell’intervallo di tempo che li separa dalla lezione successiva è il piano a sopperire l’assenza di lei: diventando un feticcio di ciò che l’uomo desidera e che non riesce ad avere. Avviene un capovolgimento nel sentire di Ada che la rende partecipe al gioco della seduzione: liberatasi dagli strati di tessuto vittoriano, prende coscienza del proprio corpo e di quello dell’altro. La figlia spia l’incontro degli amanti dalle fessure della trave, della parete esterna; poi George decide di interrompere la relazione/contratto, restituendo il piano alla donna. Ada si ritrova a vivere una nuova separazione: la vediamo vagare davanti casa, tra gli alberi spaccati in due dai fulmini. Durante la pellicola, il respiro della natura partecipa al sentire della protagonista: molte riprese dall’alto inglobano i personaggi all’ambiente, per poi restringersi alle espressioni del volto. Come la donna non suona più, anche George vive uno stato di mancanza; inoltre si mette in moto una dinamica di vicinanza tra i due esclusi: la figlia e il patrigno. Flora prima racconta del nuovo incontro degli amanti al patrigno, poi gli consegna il pacchetto che la madre voleva far recapitare a George (i sentimenti di lei incisi su una stecca del piano). Il marito tradito si sente usurpato di ciò che è di sua proprietà e accecato dalla gelosia e rabbia si abbatte sulla moglie con violenza: prima nel bosco, poi scendendo dalla collina con l’ascia.

L’uomo, sapendo che non può costringerla ad amarlo, le strappa la capacità di esprimersi: amputandole un dito per renderla incapace di suonare. Ada sopravvive ma viene ceduta dal marito all’amante e messa su una barca con la figlia per essere rispedite in Inghilterra. Flora traduce la volontà della madre di gettare il piano nell’oceano: per la donna si offre l’occasione di scomparire con l’oggetto ma decide di riemergere in superficie, per rinascere, sebbene una parte di lei sia per sempre sepolta in fondo all’oceano. Al finale si completa la struttura a cerchio: come all’inizio sentiamo la voce dei pensieri di Ada, che aprono il suo sguardo sul mondo, attraverso le fessure delle dita sul viso, adesso li sentiamo articolarsi in sillabe da chi sta imparando a esprimersi con un nuovo linguaggio.

C’è un grande silenzio dove non c’è mai stato suono, c’è un grande silenzio dove suono non può esserci, nella fredda tomba, del profondo mare. (Silence, Thomas Hood)

 Ritratto di Signora: l’amore tormentato

Ritratto di Signora (The Portrait of a Lady, 1996), tratto dal romanzo di Henry James, è la storia della giovane americana Isabel Archer (Nicole Kidman). L’azione narrativa si apre in Inghilterra, nel 1873, dove la protagonista si è recata in visita da una ricca zia, di cui diventa presto l’erede. Isabel prima si ritrova a fare i conti con la mentalità chiusa di alcuni suoi connazionali espatriati in Europa, poi rifiuta una serie di proposte di matrimonio in quanto donna libera, decisa a fare esperienza della varietà del mondo. Prosegue il Grand Tour a Firenze dove Isabel rimane affascinata dalla coppia sui generis composta dall’avventuriera Madame Merle (Barbara Hershey), sua compatriota e dell’amante di lei, l’esteta Gilbert Osmond (John Malkovich).

I due, accecati dall’ambizione, seducono e manipolano la giovane: attratti dalla cospicua dote, combinano un matrimonio di interesse. Isabel si ritrova a vivere una convivenza impossibile con Osmond: l’uomo esercita su di lei un controllo totale su tutto, lo stesso che ha nei confronti della figlia Pansy (Valentina Cervi), educanda chiusa in convento a cui viene negato di sposare l’innamorato. Isabel è rimasta abbagliata dal riflesso luccicante della superficie: il suo incontro con l’altro è stato attraverso uno specchio distorto che ha finito per intrappolarla. Il gusto impeccabile di Osmond è ciò che ha colpito la moglie e che attira anche l’attenzione dello spettatore, verso le scenografie che articolano il tempo dei ricevimenti e dei balli, in riprese dall’alto di gattopardiana memoria. In opposizione troviamo le inquadrature oblique che danno forma a un microcosmo distorto, quello coniugale, contrassegnato dalla serie di divieti imposti dal marito sulla moglie e sulla figlia.

Molte scene iniziano con un punto di vista capovolto per poi riposizionarsi: lo stesso sguardo di Isabel, nelle quattro mura domestiche, in cui la donna finisce per diventare uno dei tanti oggetti della collezione del marito, da possedere e da esibire all’interno della villa/museo. Il cugino di lei, Ralph Touchett (Martin Donovan), innamorato senza essere ricambiato, aveva  provato a farle aprire gli occhi alla vigilia delle nozze, dicendole di essere stata messa in gabbia da un uomo piccolo e mediocre. Ritroviamo la protagonista a Roma, in un salto temporale di tre anni dopo, totalmente cambiata: adesso è una donna che soffre per la perdita del figlio neonato. È diventata fredda, chiusa, vittima di un marito che esercita su di lei il proprio potere.

A differenza del film precedente, la violenza fisica qui si fa psicologica ma Isabel decide di liberarsi dal giogo coniugale non appena riceve la lettera del cugino, malato di tisi. Contro la volontà del marito, la protagonista ritorna in Inghilterra per confessare i tormenti e sentimenti all’amato morente. Dopo il funerale di quest’ultimo, incontra un vecchio pretendente: Goodwood (Viggo Montersen), che le propone di sposarlo. Isabel cerca di fuggire da questo flusso e di liberarsi dai fantasmi del passato: nella scena finale la vediamo davanti alla porta di casa Touchett, nell’atto di volgersi indietro. Il finale aperto della pellicola è una variante rispetto a quello del romanzo (in cui Isabel torna a Roma dal marito) e che lascia un’immagine che dà da pensare allo spettatore: l’essere giunti a un bivio e il momento di sospensione in cui, davanti a sé, si offrono mille possibilità da percorrere.

Bright Star: L’amore romantico

Il film Bright Star del 2009 prende il titolo della celeberrima poesia che il poeta inglese John Keats (Ben Whishaw) ha dedicato a Fanny Brawne (Abbie Cornish). Le vicende seguono la loro breve storia d’amore platonico a partire da quando Keats si trasferisce nel cottage (Wentworth Place, oggi Keats Museum) dove la ragazza vive con la madre e i fratelli. Keats occupa la metà della casa di proprietà del Sig. Brown (Paul Schneider), a cui il poeta è legato da un rapporto di dipendenza economica/editoriale. Un filo unisce i due protagonisti nel momento del lutto: Fanny è una sarta e ricama il cuscino per il fratello minore di Keats, che muore di tisi. La coppia ha un diverso modo di rapportarsi al mondo: come lei si esprime cucendo, lui lo fa attraverso la poesia. L’unione dei due è sancita dallo scambio di lettere: è nella scrittura che avviene l’incontro e l’apertura verso l’altro. Fanny vuole scoprire il mondo di Keats: si avvicina alla letteratura e in poco tempo legge avidamente i grandi autori inglesi e non. Brown, facendo leva sull’aspetto mondano della giovane, le invia una valentina, per prendersene gioco: un malinteso da cui Keats vuole proteggersi, appellandosi alla sacralità dei sentimenti. Il talento di Fanny e quello di Keats sono legati entrambi a un saper fare, ma tali capacità vengono riconosciute (o meno) dalla società.

Lei riesce a rendersi indipendente con il lavoro di sarta, mentre Keats fatica a saldare i debiti con le proprie pubblicazioni. Sarà ciò a ostacolare il matrimonio tra i due. In Bright Star il ritmo narrativo del sentimento amoroso è modulato dall’unione della fotografia con la colonna musicale: elementi che danno forma a un’immagine nitida e raffinata, dalle atmosfere sospese ed eteree, soprattutto durante le passeggiate nel bosco. I silenzi, gli sguardi scambiati, le mani sfiorate dei protagonisti si intrecciato al tessuto dei sogni che si raccontano. La delicatezza e il senso d’eternità delle scene in esterno sono vissuti anche all’interno del microcosmo familiare, diventando lo sbattere delle ali di farfalle che la giovane ha allevato nella propria stanza. Sebbene un muro divida Fanny dalla stanza di Keats, lui può trovarvi una traccia di lei (un disegno fatto da bambina).

La parete come limite, un ostacolo che li separa ma anche uno spazio capace di fortificare il loro legame: Fanny e Keats aggirano il divieto di non vedersi scambiandosi bigliettini attraverso le fessure. La ricorrenza di separazioni e di attese scandisce il tempo, aggiustando i sentimenti di solitudine in base alla mancanza dell’altro, per arrivare alla danza prima della partenza per Roma del poeta, ormai malato di tisi. Un ballo tra Eros e Thanatos alle soglie dell’autunno, tra progetti futuri e il consenso alle nozze (dato dalla madre di Fanny) al ritorno di lui. Ma la protagonista si ritrova a vivere la perdita dell’amato, aggrappata alla ragnatela che ancora li unisce al mondo, a quei fili che hanno tessuto insieme, impossibili da recidere.

Bright Star Jane Campion