Il pudore dei sentimenti in Umberto D.

Il pudore dei sentimenti in Umberto D.

March 4, 2021 0 By Amerigo Biadaioli

“Certe cose avvengono perché non si sa la grammatica: tutti ne approfittano degli ignoranti.”

Vittorio De sica è stato un artista universale, dotato di quella Gravitas che gli permetteva di immaginare e portare sullo schermo -con l’aiuto di veri e propri intellettuali come scrittori e sceneggiatori- commedie brillanti e di raccontare la realtà sociale con una fermezza e delicatezza rara, come se a reggere la cinepresa ci fosse sempre dietro un bambino con i pantaloni corti, uno sguardo dunque dolce, innocente che osservava i fatti a braccetto con una direzione esperta, matura, solida e universale, come solo i grandissimi della settima arte. Come ricordava Sergio Leone, che da studentello ebbe la fortuna di lavorare per lui in Ladri di biciclette e ad assistere a vivaci riunioni di sceneggiatura, “Vittorio riusciva ad evocare una mela rossa, da inserire per coprire un piccolo vuoto narrativo, nel bianco e nero della pellicola, riuscendo nell’ impresa di farti anche sentire il suo sapore”.

In Umberto D. abbiamo probabilmente l’opera più sublime, pudica, personale e matura del regista. Alla nota delicatezza di De Sica in questo film viene meno tutto il sentimentalismo che, seppur sempre sincero, accompagnava tutte le sue pellicole, abbracciando comunque forte il protagonista nella sua crisi e solitudine, tenuto letteralmente in vita dal suo piccolo cagnolino Flick e dalla candida donna di casa (Maria Pia Casilio). A questa intimità si accompagnano le “certezze” neorealistiche come il caos, il montaggio semi-improvvisato e l’ingaggio di attori sconosciuti.

Umberto Domenico Ferrari (Carlo Battisti), chiamato Umberto in omaggio al padre di Vittorio, è un ex funzionario statale in pensione che come accennato poco sopra rimasto solo al mondo vive schiacciato da una disumanità che si fa sempre più angosciante. Su tutti l’episodio dell’incontro con l’ex collega ancora in attività, dove la mancata dimensione lavorativa condivisa mette a nudo un’odiosa incapacità relazionale che possa andare oltre a un sofferto, imbarazzato e formale saluto.

Raramente è stata rappresentata l’intollerabile ed errata convinzione di sentirsi respinti dalla giungla sociale e certi primi piani sembrano guardare lo spettatore dritto negli occhi, quasi ad implorare aiuto. I rumori, tutti, dalle grida, alle porte chiuse, ai semplici passi suonano sempre forti e definitivi come delle fucilate nel buio. In questo lavoro, composto di lunghe sequenze, i leggendari “pedinamenti” Zavattiniani, sono esasperati fino al limite di rottura perché il tutto deve essere funzionale alla rappresentazione di un’insostenibilità emotiva.

É quasi impossibile non rimanere affascinati da come De sica racconta la razionalità e l’accozzaglia di luoghi comuni che pervadono l’intera pellicola con le uniche eccezioni del cagnolino e della servetta Maria che, con quel volto fortemente voluto dal regista, rappresenta una luce flebile, ma magnetica, di solidarietà che intermittente sussurra la sua presenza nel mondo e all’individuo, il nostro Umberto, che non gode più del benché minimo rispetto da parte di nessuno.

Negli ultimi anni forse solo in Joker e Parasiteusciti entrambi nel 2019- sono stati capaci di suscitare simili emozioni, e riconoscere la rabbia, e perdita di fiducia nel prossimo e nel futuro, non solo dettata dall’ostilità di quello che si trova al di dentro e al di fuori delle quattro mura, ma soprattutto dall’indifferenza, che, scorrendo invisibile, non permette al protagonista di dare un nome a questo disagio.

L’anzianità mai era stata raccontata in questo modo, processando uno Stato che invece di riflettere e applaudire l’ennesimo lustro regalato da un artista italiano, per bocca del “Divo” Andreotti si affrettò subito a dire che tale opera non dava che una triste e ingannevole immagine di un paese che secondo lui se la passava alla grande.

Menti brillanti e sincere come De Sica mancano tantissimo al cinema nostro e mondiale. Manca quello spirito di osservazione della vera verità quotidiana ed educazione per il prossimo e del piacere della condivisione. Chissà cosa avrebbero raccontato oggi. Forse si sarebbero rifiutati per dignità e pudore dei sentimenti.

Amerigo Biadaioli