L’opera da tre soldi di G. W. Pabst: tradendo Bertolt Brecht

L’opera da tre soldi di G. W. Pabst: tradendo Bertolt Brecht

March 15, 2021 0 By Amerigo Biadaioli

Bertolt Brecht è il principale drammaturgo tedesco del Novecento. Nato nel 1898 ad Augsburg (Augusta – Baviera) scoprì presto il suo amore per il teatro. Il suo esordio in teatro era fortemente influenzato dall’Espressionismo, ma presto aderì allo schieramento marxista e sviluppò la teoria del “teatro epico” secondo cui lo spettatore non doveva immedesimarsi, ma era invitato a tenere una distanza critica per riflettere su quello che si vedeva in scena. Canzoni, elementi parodistici e una sceneggiatura molto ben studiata dovevano creare un effetto totale di straniamento, un distacco che chiedesse un notevole sforzo critico al pubblico. Fa strano pensare questo, adesso.

Sembra proprio che G. W. Pabst e Brecht non si siano parlati prima che il regista tedesco producesse la trasposizione cinematografica del celebre spettacolo teatrale del 1928, L’opera da tre soldi, la cui coeva storia è ambientata nella Londra malfamata di Soho.

Non piacque a Brecht e, visto oggi il film, si può essere d’accordo con il drammaturgo tedesco perché nonostante la raffinatezza e l’eleganza, si finisce col rimanere frastornati dalle modifiche rispetto all’originale. Soprattutto, non c’è neppure un cenno velato di connessione con l’opera originale. Se non fosse per le canzoni (di Kurt Weill) sarebbe difficile distinguere questo film da un Clair o da un Lubitsch, con la differenza che Pabst non è sempre all’altezza di Clair e di Lubitsch, ma è piuttosto come un regista che va fruito con grande pazienza. Viene a tratti da pensare a Max Ophüls, ma manca il vero controllo totale del film, dall’inizio alla fine, che caratterizza i grandi.

Non tutti sanno che il film è stato girato due volte, in due lingue diverse; Pabst girò almeno tre film in questo modo, L’Atlantide (tre versioni), Don Quichotte (due), e questo. Girare i film più volte era una pratica molto comune nei primi anni del sonoro: il doppiaggio non sempre dava buoni risultati e girando in una sola lingua c’era il grande rischio di incassi magri, nonché di non poter vendere la pellicola all’estero. La versione francese è più corta, 1h40m contro 1h50m, però inizia con una sequenza di marionette molto bella che nel film tedesco non c’è. È molto suggestivo però anche l’inizio della versione tedesca, dove a schermo nero si comincia con la musica inconfondibile di Kurt Weill.

Divertente fare un parallelo fra i due cast: Jenny è Lotte Lenya nella versione tedesca, ovviamente superlativa (la parte è sua); se la cava bene anche Margo Lion nella versione francese. Meno bene vanno le cose con Polly, che è Carola Neher nella versione tedesca (bravina ma poco incisiva) e Florelle in quella francese (sopranino leggerissimo, leziosa, del tutto fuori posto). Nella versione tedesca la moglie di Peachum è Valeska Gert, attrice di nome nei primi anni del cinema, però il ruolo non è sviluppato a dovere e ha solo poche battute.

Il comparto maschile, invece: Mackie Messer è Rudolf Forster (che a noi italiani può ricordare Fred Buscaglione) nella versione tedesca, e Albert Préjean (qui senza baffi) in quella francese; entrambi molto datati ma all’epoca penso andassero bene; comunque niente a che vedere con Tino Carraro o con Domenico Modugno negli spettacoli milanesi di Strehler, e privi di una vera forza. Peachum è Fritz Rasp (più caratterista) o Gaston Modot ; nessuno dei due rende bene il personaggio. Il capo della polizia, il corrotto Tiger Brown, non spicca e sotto la sufficienza in entrambe le versioni: Reinhold Schünzel oppure J. Henley. Il cantastorie è Ernest Busch oppure il francese Bill Bocket; Busch è forse la parte più azzeccata del film, uno storyteller con l’organetto, che spesso guarda anche in macchina. Nella versione francese c’è anche Antonin Artaud.

Concludendo, Pabst probabilmente non era il regista giusto per Brecht; forse l’equivoco, il pensare che Pabst andasse bene per Brecht, nasce da Il vaso di Pandora il cui tragico personaggio interpretato da Louise Brooks accompagnava lo spettatore in un gorgo di passione e morte.

Amerigo Biadaioli