Il Gattopardo si sta dissolvendo

Il Gattopardo si sta dissolvendo

March 25, 2021 0 By Simone Tarditi

Col senno di poi, i titoli di testa di Capone assumono un tutt’altro valore se li si ripensa come una versione più kitsch di quelli scelti da Luchino Visconti per Il Gattopardo. Da un lato c’è la volontà di Josh Trank di calare lo spettatore in un ambiente dove la ricchezza non è sinonimo di gusto ed è privata di ogni estrinseca caratteristica estetica, dall’altro si ha un regista italiano le cui origini nobiliari non portano con sé solo uno stemma araldico bensì una sensibilità artistica che per secoli è stata accessibile solo ai facoltosi. La villa del gangster è il tripudio della pacchianeria, quella del principe di Salina è uno degli ultimi avamposti della bellezza e della cultura come elementi contributori dell’autorità.

Perché è il contesto a fare la differenza. È il contesto a dirci qualcosa di più sui personaggi. Il Gattopardo non comincia neanche la sua narrazione che ha già detto tutto a partire dai credits iniziali. La cancellata arrugginita, le colonne muschiate, l’intonaco sbiadito sono gli elementi architettonici che ci accompagnano nei dintorni della lussuosa abitazione prima di entrarvici. Al suo interno, le redini del potere: un prete e un pater familias. Una preghiera comune, perché la religiosità è il collante tra vite diverse, e le decisioni insindacabili dell’Uomo di casa. Fuori di lì avanza il futuro e minuto dopo minuto ci si accorgerà che il cambiamento non ha semplicemente bussato alle porte, ma è già entrato nella vita di ognuno. Il protagonista non prova neanche ad opporvisi, non vuole ostacolare né frenare l’inevitabile: accetta che dei nuovi valori si stiano facendo strada nelle menti della comunità e sa che rifiutare di vedere ciò sarebbe dannoso. Il suo adattarsi consiste nell’accogliere il mutamento esterno pur rimanendo, nel suo intimo animo umano, integro di fronte a se stesso. L’interiorità è preservata, il resto, in quanto faccenda altrui, lo riguarda fino a un certo punto. La consapevolezza è anche un’altra: forse fino a quel momento l’umanità non ha dato il meglio e un altro secolo potrà fornire un contributo più alto. Forse. Considerazioni che, da erudito uomo di scienza, la sua intelligenza non può fare a meno di generare.

Visconti adopera il formato wide non alla ricerca di un’azione spettacolarizzata, ma per amplificare la percezione dello spazio fino a ridurre gli esseri umani filmati a figurine minuscole, miniature nel grande quadro della Storia, siano popolani di nero vestiti che massacrano il loro prossimo a mani nude oppure siano le giubbe rosse che marciano in un paesaggio urbano color sabbia. Un mondo in piena trasformazione non conosce regole se non quelle della sopravvivenza collettiva e si affida al progresso come unica giustificazione morale possibile.

C’è una scena in cui il tempo si azzera, rimane sospeso in attimi di contemplazione, riflessione e semi-solitudine mentre nelle altre sale di un palazzo la convivialità si esprime nelle sue varie forme, in chiacchiere e danze. Don Fabrizio Corbera si è appartato in una stanza per godersi un sigaro in tranquillità, lontano da tutti. Seduto di fronte a un grosso dipinto, prende coscienza di un sentimento che cova da tempo: il trapasso non sarà immediato, ma la vita sta volgendo al suo termine. È un anziano che osserva un quadro raffigurante un vecchio lì lì per spirare. Il moribondo su tela è circondato dall’affetto dei suoi cari. “Mi chiedo se la mia morte sarà come questa”, si domanda il protagonista non più solo.

Il Gattopardo è un film sulla fine di un mondo, ritrae lo svolgersi di un’apocalisse sociale, il compimento di un’epoca che volge al termine mentre sullo sfondo ne sta albeggiando una nuova. Una epocalisse.

Simone Tarditi
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