(Ri)elaborando Sound of Metal

(Ri)elaborando Sound of Metal

April 9, 2021 0 By Simone Tarditi

Si è parlato e si parla ancora molto di Sound of Metal, uno degli “infiltrati” agli Oscar, un film dalle modeste dimensioni che ha conquistato pubblico e critica per la sua componente umana narrata con delicatezza e realismo, elemento sempre più raro nel cinema d’oggi. Ripercorrendo la vicenda vissuta da Ruben, un batterista vittima di una repentina perdita dell’udito tale da farlo smettere in tronco di suonare, c’è un concetto che si staglia su tutti gli altri: quello dell’elaborazione progressiva, costante.

  1. Prima elaborazione: niente più musica. Da quando inizia ad avvertire il suo problema uditivo, il protagonista ha di fronte a sé ancora qualche concerto prima che la sordità diventi quasi assoluta e il tour debba fermarsi. Ruben resiste per qualche data, prova a gestire il disturbo, prova a capire se può farcela a suonare comunque, infine si arrende e tutte le date residue vengono annullate. La musica è ciò che ha dato un senso alla sua esistenza, è un qualcosa di ancora più grande perché la condivide con Lou, la donna che ama. Sul palco, dentro un furgoncino, in studio di registrazione, la vita professionale e quella affettiva sono unite insieme. Viene detto che si sono salvati a vicenda, ma come hanno fatto?
  2. Seconda elaborazione: non vedere più Lou. Si rende necessario un percorso di cura, senza dubbio più pesante di quello fatto per uscire anni prima dalla tossicodipendenza. È la ragazza di Ruben a costringerlo, accompagnandolo in un centro per sordomuti dove egli possa abituarsi a quel che gli sta capitando e a comprendere meglio il futuro che gli si para davanti. Egoisticamente lei fa ciò perché non è in grado di gestire la propria e altrui sofferenza (lo si capirà meglio verso la fine del film), ma c’è un amore di fondo nelle sue azioni: non sa come aiutare Ruben e al contempo vuole che lui stia meglio. Entrare in quella comunità significa dividersi, che sia per un periodo circoscritto o per sempre.
  3. Terza elaborazione: separarsi da ciò che ama. Lou non smetterà di suonare e riuscirà a riscuotere un buon successo anche senza Ruben, il quale pur di vederla felice venderà la strumentazione, il van, ossia tutto quel che possiede. Soldi per lei (che non ne ha bisogno), soldi per lui in vista di una cosa a cui tiene.
  4. Quarta elaborazione: rifiutare il destino e provare a cambiarlo. I primi tempi Ruben sembra accettare la sfortuna e passo a passo fa di tutto per ambientarsi tra i suoi nuovi simili. Trova una collocazione, uno spazio, fa del bene e si sente meglio, potrebbe davvero star lì, in quella piccola comunità immersa nella natura americana. Non è poi così male. La coscienza e i sentimenti prendono sempre il sopravvento come nel suo caso: non si ferma a ipotizzare un’operazione molto costosa che gli possa restituire l’udito e prende la decisione di fare questo tentativo. S’illude di poter tornare quello di un tempo, s’illude di poter trasformare il corso degli eventi. Fa l’intervento ed esso, di fatto, riesce.
  5. Quinta elaborazione: le cose non andranno come auspicate. Operato e con un macchinario innestato nella testa, Ruben torna effettivamente a poter ascoltare i rumori che lo circondano. Il problema è che la qualità dei suoni non è più la stessa di prima poiché essi sono filtrati meccanicamente dall’apparecchio e la percezione è compromessa. Il sistema-orecchio di Ruben è deteriorato a tal punto da impedire una sua rimarginazione allo stato originario. Impossibile, quindi, essere di nuovo quello che era.
  6. Sesta elaborazione: le cose non andranno come auspicate (pt. II). Il malfunzionamento di sé, ossia la consapevolezza che nessun reale guarimento ci sarà mai, provoca una delusione, non un arrendersi. Altri magari si sarebbero suicidati, lui rimane in piedi e va avanti. Viaggia fino in Belgio dove sa di trovare Lou, rientrata in patria a vivere col padre un tempo odiato. Cosa pensa di ottenere? Crede davvero di poter tornare con lei? Il divario sociale, a quel punto chiaro fino in fondo per la prima volta, e soprattutto quello personale, è ormai incolmabile. Sono diventati diversi, troppo diversi per rimettersi in marcia.
  7. Settima e ultima elaborazione: accettare la realtà. Sono i minuti finali di film. Il mondo si presenta per come sempre è stato, chiassoso. Di un bel chiasso: campane, voci, traffico. Il suono del mondo. Non è lo stesso che sente Ruben, il suo è un caos sonoro, insopportabile, metallico, robotico. Ed è destinato a rimanere così, non sarà mai più una sinfonia, mai più una musica. Se così è, meglio rinunciarvi e accettare un futuro in cui ogni cosa è silenziosa. Una fine e un inizio.

Simone Tarditi
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