Non si sevizia un paperino, l’Italia ipocrita messa a nudo da Lucio Fulci

Non si sevizia un paperino, l’Italia ipocrita messa a nudo da Lucio Fulci

May 13, 2021 0 By Amerigo Biadaioli

“La gente vuole un colpevole”

Il cinema di Fulci è vero, nudo, crudo e sublime. E Non si sevizia un paperino rimane la sua quintessenza artistica e nonché il suo stesso film preferito in assoluto. Una pellicola fondamentale, che meglio di tante altre descrive un’Italia malata. Anzi, due Italie. Entrambe miopi, forse una più feroce, ma l’altra gravemente ignava e gonfia di un benessere giunto troppo velocemente.

Primo suo progetto ben finanziato, in questo caso dalla Medusa Film, Fulci si ispirò a fatti di cronaca ancora in fase di indagine avvenuti Bitonto tra il ’71 e il ’72, qui nell’arco di pochi mesi cinque bambini furono trovati annegati in una cisterna di un quartiere abitato per lo più da straccivendoli. Traendone spunto con libera ma rigorosa morbosità, Fulci ambienta una situazione analoga in Lucania, nel traumatizzato paese immaginario di Accendura.

Un giornalista in vacanza, Andrea Martelli (Tomas Milian), indaga in parallelo con i carabinieri, barcamenandosi tra intrighi di cortile, false piste, intrecci di superstizione e religione, paperini ammazzati o reticenti e donne sospette. In particolare, Patrizia (Barbara Bouchet), una ricca borghese da poco giunta in paese, e la “Maciara” (Florinda Bolkan), una strega del villaggio, insana mentalmente, che riconosce la propria colpa nel lanciare malocchi e anatemi ai bambini del paese. Siamo coinvolti nelle indagini a cui partecipano tutti, con impegno e senso della giustizia dal giornalista e la bella e disinibita Bouchet e altri personaggi invece accecati da un mal riposto senso di rabbia e ignoranza come i padri delle vittime e i paesani che sospettano i più vulnerabili.

In questo caos misto di paura, ignoranza e assenza di punti fermi, come al solito in Italia a parte qualche splendida eccezione, troviamo le istituzioni inermi, indolenti e spinte solo dal bisogno di trovare al più presto un colpevole per riportare un illusorio senso di protezione ai cittadini. Si susseguono episodi di una potenza disarmante e una lirica difficilmente riscontrabili in altri film del tempo o venuti dopo; Il terzo giallo di Fulci dopo Una sull’altra e Una lucertola con la pelle di donna si distingue innanzitutto per l’aderenza a un humus sociale e culturale inconsueto e poco frequentato come quello del Sud Italia (con riprese effettuate tra Puglia, Abruzzo e Basilicata, anche se la prima versione dello script prevedeva un’ambientazione nella Torino operaia), che per il regista romano si traduce nell’occasione di mettere in scena l’orrore scaturito dallo scontro di realtà inconciliabili tra loro: la superstizione contro “l’Ordine”, il vecchio mondo contadino contro quello “moderno”, industriale e borghese.

Non si sevizia un paperino film bambino protagonista

Col film, Fulci scava nell’animo umano e, per quanto odiasse (o nel profondo inconscio amasse) Freud e la psicoterapia forse, non si rende conto che alla fine sta raccontando chi siano le vere vittime: i bambini, nella loro primissima infanzia. In una scena in particolare, durante il ritrovamento del cadavere di uno di questi bimbi nel fiume, scatta un frame di un flashback dell’infante in vita. Struggente. Quasi una contrapposizione rispetto alla crudeltà degli adulti legata, per esempio, all’omertà e ai depistaggi della madre del parroco che non fanno che deviare ancora di più indagini già mal condotte. Nella sequenza in cui ella chiama in forma anonima la questura c’è tutta la furbizia animalesca di chi si sente di proteggere il proprio piccolo mondo

È l’Italia, prima ancora dei suoi abitanti, a trovarsi in una condizione psicotica. Il resto ne è solo una conseguenza. Fulci si diverte a sradicare tutte le ipocrisie borghesie mettendo alla berlina l’inefficienza delle istituzioni e soprattutto la doppia responsabilità e ambiguità della Chiesa, rappresentata da Marc Porel, nel ruolo di Don Alberto Avallone. Fulci ha il coraggio e la lucidità glaciale di camminare elegantemente da equilibrista sulla linea che separa un Italia del sud, arretrata e vittima di superstizioni (si consiglia la lettura di Sud e magia di Ernesto De Martino) e una del nord industrialmente e culturalmente forse più avanzata ma solo perché lì l’economia porta il benessere; più ricca sì, ma non tanto sana e ancora molto ottusa rispetto a ciò che non è conforme solo a quanto è morigerato. Il regista romano ci ricorda quanto ancora questo paese sia spaccato, troppo giovane, e immaturo. Insomma un paese non libero di crescere e decollare per cause endogene ed esogene.

Non si sevizia un paperino è un rarissimo, quasi unico esempio significativo di “eclettismo interno”, ossia di come un genere non sia assunto come una gabbia, bensì di sistema espressivo passibile di sfilacciarsi, ibridarsi, tendersi nel nodo stringente di scelte di stile e di contenuto malato e stilisticamente perfetto.

Amerigo Biadaioli