FKFF19 – The Woman Who Ran di Hong Sang-soo: incontri al femminile

FKFF19 – The Woman Who Ran di Hong Sang-soo: incontri al femminile

May 31, 2021 0 By Mariangela Martelli

The woman who ran è il film di Hong Sang-soo presentato nella sezione Orizzonti Coreani, alla 19esima edizione del Florence Korea Film Festival e con cui il regista è stato premiato con l’Orso d’argento alla Berlinale del 2020. Il lungometraggio, articolato in una serie di incontri al femminile, segue le vicende della protagonista Gam-hee che si ritrova, per la prima volta in cinque anni, lontana dal marito, in viaggio per lavoro. Gam-hee decide quindi di andare a trovare un paio di amiche che non vede da tempo. La prima tappa è in campagna, fuori Seoul, dove Young-soon (Seo Young-hwa) condivide un appartamento con una coinquilina. Le due amiche mangiano della carne alla griglia e si aggiornano: Young-soon dopo essersi separata ha deciso di dedicarsi all’orto. Gam-hee si ferma per la notte ma l’immagine spettrale sul monitor del citofono non la fa dormire. L’amica prima la rassicura trattarsi della sua vicina, poi la vediamo comparire accanto, nell’immagine.

I legami con il vicinato si rivelano essere anche problematici, come quando un uomo (mandato dalla moglie ailurofobica) non tollera che Young-soon e la coinquilina diano da mangiare ai gatti randagi. Il dialogo non-sense, instaurato con la donna, lascia di fatto il problema in sospeso. Ricordiamo che la protagonista, interpretata da Kim Min-hee è la musa ispiratrice del regista coreano: la ritroviamo infatti nei suoi ultimi film (Right Now, Wrong Then, 2015; On the beach at night alone, 2017; The day after 2017; Hotel by the River, 2018) ma è qui che il personaggio giunge a una maturazione, attraverso la consapevolezza di sé. Gam-hee è il polo attorno cui vengono riallacciati quei legami lasciati in sospeso: le amiche ritrovate si raccontano, nella narrazione delle proprie giornate e delle opinioni espresse riguardo il lavoro e l’amore. Il tempo di una conversazione distesa, all’interno dello spazio domestico dona alla protagonista quello di cui ha bisogno: interrompere la vita ordinaria per qualche giorno, per prendersi cura di sé. Gam-hee osserva ciò che intorno a lei avviene con lentezza: l’amica che sbuccia una mela o un uccello che si posa sui cavi elettrici. Interessante notare come la cifra stilistica del regista, ovvero l’assenza di stacchi, contribuisca a non interrompere il flusso tra i personaggi, fatto di parole, sguardi, silenzi.

I movimenti della mdp (caratterizzati da zoom all’indietro o in avanti) catturano un’espressione del volto, il dettaglio di un’azione o si staccano dalle persone per spostare l’attenzione dello spettatore verso un elemento sullo sfondo, come la montagna. Quest’ultima diventa il trait-d’union funzionale al passaggio di ambientazione all’interno dell’appartamento della seconda amica, Su-young (Song Seon-mi). Ma c’è di più: in The woman who ran è la natura che, dall’esterno, giunge nello spazio intimo e relazionale. L’Altrove incorniciato della montagna, entra all’interno dell’abitazione (attraverso l’utilizzo dello zoom all’indietro) e della conversazione stessa: l’oggetto del discorso è l’opera pittorica di Jeon Seon, Monte Inwang dopo la pioggia.

Su-young racconta all’amica di aver divorziato, di continuare a insegnare pilates e che si è potuta permettere l’acquisto della casa con i risparmi messi da parte. Gam-hee paragona il proprio lavoro monotono (presso il negozio di fiori) con gli incontri che l’amica le rivela aver fatto in un bar frequentato da artisti. Ma a differenza dell’attuale relazione con un architetto che vive nel suo stesso condominio, la precedente avventura con un giovane poeta, rivelatasi un “errore di una notte”, continua ad avere delle ripercussioni sul presente. La protagonista segue attraverso il monitor del citofono, il dibattito di quest’uomo che, non dandosi pace del rifiuto di Su-young, continua a bussarle alla porta. Infine, sempre attraverso l’immagine della montagna, arriviamo all’ultimo incontro che la protagonista intrattiene con Woo-jin (Kim Sae-byuk). Diversamente dai primi due pianificati, questo risulta essere frutto della casualità. Gam-hee è al bar del cinema dove lavora l’amica che non vede da un paio di anni. La tensione iniziale e l’imbarazzo si dissolvono nel dettaglio delle loro mani, posate l’una sull’altra, sul tavolo. Un legame che riprende dove era stato interrotto, poco importa se ciò che sta dietro alle scuse di Woo-jin e al conseguente perdono di Gam-hee non ci venga detto esplicitamente perché è il tempo trascorso ad aver curato ciò che prima sembrava impossibile.

La donna che corre, menzionata nel titolo, allude alla condizione dei personaggi femminili che prendono corpo e voce all’interno del film. Una sequenza di brevi schizzi (sketches) che catturano, attraverso la  rievocazione di ricordi comuni o l’intenzione di progetti futuri, delle figure in divenire, le cui interazioni prendono forma attraverso il dialogo nel qui e ora. Incontri e confidenze, l’atmosfera rilassata della condivisione dei pasti e le pause alternate al flusso delle parole, ci mostrano come la lezione della nouvelle vague (nello specifico di Eric Rohmer) sia una fonte preziosa a cui anche il cinema coreano contemporaneo si rivolge. Nel silenzio e nell’assenza del partner, la protagonista mette in discussione la propria esistenza, cercando quale tra i tanti stimoli scegliere per alleviare la noia del quotidiano. Forse è meglio fermare i pensieri e ritornare nella sala cinematografica, ormai vuota: ri-immergersi nella poltrona rossa, come in un dipinto di Edward Hopper e rivivere l’esperienza della proiezione, appena conclusa. Gam-hee ritorna a quelle onde sul grande schermo che le hanno donato sollievo, per abbandonarsi nuovamente al flusso dell’immagine in movimento e allontanare le preoccupazioni, almeno per il tempo di un altro film.