Nell’Italia e nel cinema di Francesco Rosi i morti continuano a parlare

Nell’Italia e nel cinema di Francesco Rosi i morti continuano a parlare

June 4, 2021 0 By Amerigo Biadaioli

Correva un tempo, nei lontani anni ’70, dove i film venivano realizzati anche con altri fini, altre necessità. Erano titoli molto duri, in simbiosi con un’epoca in cui, più gli spari e le bombe, erano le parole a colpire a fondo il cuore dello spettatore. In questo conglomerato di necessità sociale, un regista è riuscito più di altri nell’impresa di fare un cinema con ritmo, storie e cronaca: Francesco Rosi. L’unicità di questo cineasta napoletano si ritrova soprattutto nella sua invidiabile capacità di far capire alle persone che cosa era e cosa stava succedendo in Italia in quegli anni, senza vezzi, ma con grande eleganza, esperienza (allievo, aiuto regista di Visconti) ed efficacia.

C’è stato un momento nella storia del cinema italiano in cui sembrava che un film non avesse senso di esistere a meno che non contenesse un messaggio sociale, una denuncia, una rappresentazione fedele e spietata della realtà; insomma, un “impulso etico-politico”, come lo definiva il critico Alberto Asor Rosa, capace di smuovere le coscienze. Erano gli anni del Dopoguerra e l’esigenza di rendere imprescindibile il legame gerarchico tra etica ed estetica ha offerto sull’altare del cinema un mondo di vedere e approcciarci al cinema del tutto nuovo: il neorealismo.

La sensazione di dover mantenere alto il livello a cui si era arrivati e contemporaneamente evolvere lo stile per non rimanere fermi a un’infinita rivisitazione di Ladri di biciclette sicuramente deve essere stato un bel motore motivazionale. La visione di Rosi parte da qui, ma diventa presto il cinema dell’inchiesta, qualcosa di pressoché inedito nel panorama di allora.

La gente deve sapere e capire: Salvatore Giuliano

“Io sostengo, ed è il metodo che ho usato nei miei film, che bisogna creare una certa distanza dagli avvenimenti per poterli leggere meglio e anche per poter accogliere quante più nozioni possibili per avvicinarsi alla verità. E per questo il film richiede tempo” – F. R.

Con già alle spalle una solida formazione e due film (I magliari e La sfida), all’inizio degli anni ‘60 Rosi si lancia in una nuova sfida dirigendo la storia di Salvatore Giuliano a partire dalla sua morte. Il regista ricostruisce uno dei misteri italiani tra i più impenetrabili e oscuri, evocando tragiche dimensioni di inconoscibili verità, perché in questo paese la verità semplicemente non è prevista. Attraverso una narrazione a cerchi concentrici, ognuno dei personaggi finisce così vittima di qualcun altro, manovrato più o meno (in)consapevolmente da un anello superiore, in un nascente sistema di burattinai in cui spesso i ruoli di maestro e burattino si confondono. In tal senso Salvatore Giuliano espande la propria potenza abbracciando in un’unica soluzione più riflessioni sul nostro paese e i suoi destini.

Oltre i conflitti e le connivenze tra istituzioni e criminalità organizzata, oltre la vicenda dei singoli, oltre l’oscura esistenza di un bandito siciliano e dei suoi accoliti, più di tutto emerge l’immagine di tracotanti autorità che schiacciano individui: che siano le forze dell’ordine, le istituzioni, la mafia o bande solitarie di briganti, i rapporti di forza si conservano autoritari e manipolatori in tutte le entità sociali evocate, all’esterno e all’interno del gruppo. Ben lontano da qualsiasi idea di qualunquismo, Rosi dà voce ai propri argomenti grazie a un rispetto totale dei luoghi, degli stessi accadimenti, e della gente del luogo direttamente coinvolta in alcune scene.

L’incontro con Volonté: Il caso Mattei

Il progetto globale di “Tragedia di Stato” emerge anche più avanti nella filmografia di Rosi. Mentre Salvatore Giuliano si apre con l’omicidio del bandito già avvenuto, il cui corpo lo si vede disteso in un cortile, faccia a terra, con Il caso Mattei Rosi racconta di un altro corpo morto, espandendo i propri interrogativi in più direzioni, e soprattutto, ancora una volta, avanti e indietro nel tempo. Il corpo in questione è quello del presidente dell’ENI, Enrico Mattei, vittima di un misterioso incidente aereo (che poi si rivelerà molto altro) assieme al pilota e al giornalista statunitense della testata Time-Life incaricato di scrivere un articolo su di lui.

Fornendo una ricchezza di informazioni, a differenza che in Salvatore Giuliano, dove il protagonista non viene quasi mai inquadrato se non da disteso, per Il caso Mattei Gian Maria Volonté presta volto, anima e corpo a una diversa ma altrettanto misteriosa vicenda italiana dal sapore, o puzzo, internazionale. Come sempre, qualcosa di più grande coinvolge un paese spaurito e confuso come quello italiano. Un film che incastra fiction a interviste reali, immagini d’archivio a sequenze nelle quali lo stesso Rosi interpreta se stesso; un film che tenta un coraggioso quanto innovativo intreccio tra finzione e realtà, dove è difficile scorgere il confine tra i vari piani narrativi. Ne risulta una pellicola dinamica e originale che coinvolge e trascina, ma che, soprattutto, ci permette di comprendere in modo esaustivo le mille sfaccettature di un uomo su cui e attorno a cui ruota tutta la storia.

Quindi, come in Salvatore Giuliano, partendo da un omicidio, a ritroso e tramite un montaggio innovativo di flashback e interviste il regista ci coinvolge nella ricerca del disegno totale, ma a differenza del film del 1962, con Il Caso Mattei Rosi è nel pieno della sua maturità e si spinge oltre, raccontando il tutto e moltiplicando i punti di vista. E ai mille punti di vista si aggiunge anche quello dello stesso regista, che nel film del bandito Giuliano si era limitato a fare da voce narrante, asciutta e chiara.

Col film su Mattei, Rosi appare in una sorta di metacinema davvero coinvolgente e girato con una naturalezza e una maestria assoluta. Memorabile la scena in cui seduto su una poltroncina di una saletta privata chiede a dei collaboratori di visionare alcune foto, oppure quella della telefonata al giornalista Mauro de Mauro. Qui il cineasta ci dà una testimonianza di saper volare nell’incredibile fusione tra cronaca pubblica nera, anzi nerissima, e cinema.

Per avere l’esatta e minuziosa ricostruzione degli ultimi due giorni di vita di Mattei in Sicilia, Rosi affidò l’incarico a De Mauro, un giornalista del quotidiano di Palermo, che aveva già collaborato alla realizzazione del film su Giuliano. Quello delle ultime ore di Mattei era infatti un buco nero nella approssimativa inchiesta che fino a quel momento condotta dalla magistratura in merito alla sua scomparsa. De Mauro si mise al lavoro di buona lena, d’altronde, otto anni prima, appena appresa la notizia della morte di Mattei, il giornalista si era precipitato a Gagliano, il piccolo paese in provincia di Enna, dove il presidente dell’ENI aveva trascorso la sua ultima mattinata.

Per Rosi e De Mauro il primo punto da chiarire è perché Mattei era tornato in Sicilia, dopo esserci stato appena una settimana prima. Purtroppo, dopo giornate trascorse chiuso in casa a riascoltare nastri e rileggere appunti presi a Gagliano e Palermo, De mauro, il 16 Settembre del 1970, fu rapito dalla mafia siciliana e mai più ritrovato. A stretti amici e colleghi disse di aver trovato qualcosa di grosso che avrebbe fatto tremare l’Italia.

Il film inoltre vinse il Grand Prix per il miglior film al 25º Festival di Cannes ex aequo con La classe operaia va in paradiso di Elio Petri. Nello stesso festival Gian Maria Volonté, protagonista di entrambi i film, è stato insignito di una menzione speciale.

Conosci un altro modo per sfidare la morte? La ricerca della verità

Come in Sergio Leone anche nel cinema di Rosi la morte è centrale, e i personaggi vi danzano attorno sfidandola, provando a parametrarsi ad essa, convivendoci costantemente, mantenendo sempre, per esorcizzarla, una dimensione seria di gioco e di fiaba. E sempre partendo da fatti storici complessi e affascinanti, raccontandoli genialmente con una nuova chiave, i delitti, anche i più inspiegabili, possono essere smascherati e spiegati alla gente. Con Salvatore Giuliano Rosi tenta qualcosa di inedito, di mai visto prima, un “format” che farà da scuola per futuri registi. Con Il caso Mattei abbiamo un allargamento dei punti di vista e mai come prima si ha la consapevolezza dell’importanza e della autorevolezza di un regista e di un attore che vanno oltre la loro professione, diventando esempi integerrimi di senso civico.

Per Rosi la morte dunque non è la fine di tutto, anzi. Dalla fine trae con coraggio le energie di indagare nel passato, di scavare nell’animo dei suoi protagonisti, seguendo ogni traccia e facendo il possibile per trovare l’origine di tutto. O almeno ad avvicinarsi.

Amerigo Biadaioli