Denaro sporco nel cinema di William Friedkin

Denaro sporco nel cinema di William Friedkin

June 18, 2021 0 By Simone Tarditi

Ripercorrendo a tappe la filmografia di William Friedkin emerge quel che emergerebbe da qualsiasi altro cineasta non asservito a logiche esclusivamente commerciali: temi ricorrenti, ossessioni, argomenti comuni. Prendendo un aspetto sugli altri, onnipresente in quasi ogni film del regista di Chicago è il denaro, che per una personalità come quella di Friedkin è sillogisticamente “sporco”.

Già nell’esordio dietro la cinepresa, The People vs Paul Crump, documentario del 1962 che nonostante le avverse vicende distributive ha permesso a Friedkin di fare molto altro, si pongono le basi per la sua predilezione sia verso la violenza e la criminalità sia verso ciò che a essa gira intorno, i soldi. L’omicidio che ha portato all’arresto e alla detenzione di Paul Crump è avvenuto in seguito a una rapina andata storta. Una punizione divina per aver sfidato il proprio destino di povertà? Scalogna? Il male genera male. Una considerazione può valere anche per i quattro protagonisti di Sorcerer – Il salario della paura, uomini che dell’illegalità hanno fatto la propria stella polare e che, prima di concludere le loro miserabili esistenze in America Latina, nelle rispettive patrie sono reduci da attività criminose. Jackie Scanlon (Roy Scheider) è l’autista superstite di una gang irlandese che ha rapinato una chiesa del New Jersey controllata dalla mafia italiana, Victor Manzon (Bruno Cremer) ha frodato la Borsa di Parigi, Kassem (Amidou) è un terrorista palestinese che ha seminato il panico a Gerusalemme, Nilo (Francisco Rabal) è un sicario professionista. Per qualche dollaro in più si lanciano tutti e quattro in una spedizione suicida: il trasporto attraverso la giungla di casse di esplosivo. Sopravviverà solo uno di loro … forse. Se a monte si fossero accontentati di avere salva la pelle e non fossero corsi dietro al desiderio di tornare ad arricchirsi, ognuno avrebbe avuto un futuro diverso. E il film non sarebbe esistito.

L’ultimo lungometraggio di William Friedkin, Killer Joe, rispecchia quanto appena scritto. Una lurida vicenda di morti di fame che per incassare l’assicurazione sulla vita di una donna ingaggiano un professionista del mestiere (Matthew McConaughey) per eliminarla. Anche qui, è l’avidità a fare da propulsore degli eventi. Uccidere è un peccato mortale e ognuno dei rei viene, in certo modo, punito. Non scampano alla reclusione i rapinatori protagonisti di Brink’s Job – Pollice da scasso, commedia scarsamente conosciuta del 1978 che Friedkin gira per Dino De Laurentiis dopo che il flop di Sorcerer l’anno prima gli ha fatto terra bruciata intorno. Brink’s Job ripercorre nelle sue fasi un fatto di cronaca avvenuto nella Boston del 1950: un manipolo di ladruncoli, tra cui un veterano di Iwo Jima, riesce a svaligiare un caveau senza grandi ostacoli. Bottino? Un milione di dollari. Tanto semplice il furto quanto sicuro l’arresto. Un film in cui il denaro ha un valore diverso a seconda dei personaggi: per la società di sicurezza è solo un fastidio e una beffa, per l’associazione a delinquere è simbolo di rivalsa e presupposto di benessere, per l’FBI di Hoover è motore di vendetta legalizzata. L’affanno causato dai soldi nasconde in Brink’s Job una riflessione amara: la propria condizione non può cambiare fintanto che il potere, in ogni forma si manifesti, continua a essere la ricchezza dei forti.

Blue Chips – Basta vincere è un affondo diverso nel ventre dell’economia. Nick Nolte interpreta un allenatore di basket, Pete Bell, che viene pressato per garantire vittorie al proprio college: benché la pratica non sia legale, di nascosto la compravendita di talenti avviene. Quello del film è un ritratto crudo e privo di disillusioni nei confronti del mondo dello sport, dove a guadagnare titoli è chi può permettersi di investire cifre alte e chi avanza è chi sa ubbidire senza ribellarsi. Il gioco, in questo caso la pallacanestro, è diventato solo un mezzo per primeggiare, ma non a tutti può andare bene così. Il disgusto per un mondo che in passato ha amato spinge Pete Bell a fare un mea culpa pubblico e a ricercare in se stesso i motivi che originariamente l’hanno motivato a intraprendere quella professione. In pratica, Blue Chips insegna che, se sono i soldi a muovere il mondo, non ogni essere umano, ha un prezzo.

Vivere e morire a Los Angeles, cosa ben nota, racchiude dentro di sé ogni considerazione in merito alla natura finanziaria di molte delle storie che William Friedkin ha portato sul grande schermo. Se la narrazione principale vede due poliziotti dare la caccia a Masters (Willem Dafoe), un falsario, vero è che il film non si sofferma unicamente sui procedimenti attraverso cui il denaro contraffatto viene creato e fatto circolare. Le stesse forze dell’ordine si macchiano di colpe orrende pur di portare a termine la propria missione attraverso minacce, pestaggi, estorsioni, sequestri, delitti, lasciando dietro di sé una scia di sangue pari, se non più grande, a quella del nemico. Si veda quando gli agenti Chance e Vukovich rapiscono un uomo (che in un secondo momento si rivelerà un collega infiltrato) per sottrargli i cinquantamila dollari che servono loro per tendere una trappola a Masters: una sequenza chiave per capire quanto i due (e in particolar modo Chance) abbiano perso il lume della ragione e agiscano in preda a uno stato febbrile che li spinge ad appropriarsi di soldi altrui con metodi illeciti. Bestie mosse dalla rapacità. Nel ribaltamento dei “ruoli” a cui si assiste in Vivere e morire a Los Angeles, dei poliziotti che si comportano come malviventi ne escono fuori come personaggi peggiori rispetto a un fuorilegge coerente dall’inizio alla fine con il suo operato. Da ambo le parti le regole vengono infrante comunque. In Masters, perlomeno, c’è un principio artistico a improntare il suo business.

Simone Tarditi
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