Dietro le sbarre: nella trappola di William Friedkin

Dietro le sbarre: nella trappola di William Friedkin

July 14, 2021 0 By Simone Tarditi

Parallelamente al tema del denaro, il cinema di William Friedkin cova altrettanto sfacciatamente un’ossessione per tutto ciò che di negativo può accadere ai suoi personaggi, magneti di ogni necessario male e sfortuna possa capitar loro. Si prenda a esempio la banda di ladruncoli capitanata dall’italoamericano Tony Pino (Peter “Tenente Colombo” Falk) in Pollice da scasso, una massa di buoni a nulla troppo stolti per campare, ma che, per inettitudine altrui, riesce a portare a termine una rapina da record. Troppo bello per essere vero: presto o tardi finiscono in manette sotto uno scroscio di applausi, ovazioni e affetto da parte di chi, come loro, nasce, cresce e muore nella miseria. La gloria non ha prezzo. Quando ancora il loro criminoso piano è in divenire, il destino è già segnato attraverso un’inquadratura che Friedkin ha realizzato precedente e riproporrà ancora lungo la sua carriera: un uomo mostrato dietro una rete, ossia metaforicamente dietro le sbarre. In Pollice da scasso l’immagine è resa ancor più simbolica dal fatto che il protagonista indossa una maschera da clown bianca con le sole labbra rosse. Un Joker, uno scherzo della natura, un pagliaccio dalla pelle di gomma, non un essere umano completo. Un adulto fallito, conciato come se fosse carnevale.

L’idea del fallimento va di pari passo con la sensazione dell’imprigionamento: è senza vie di fuga il sospettato Stuart Richards di Cruising, presunto killer a sua volta intrappolato com’è in una trama di ricatti morali e omicidi seriali, ma lo è anche Victor Manzon (Il salario della paura), sulle cui spalle pesa l’aver spinto alla morte un’anima meno corrotta della sua e il rimorso di aver lasciato la moglie sommersa in uno scandalo finanziario senza precedenti. Manzon fugge in Sud America, scampa al carcere, costringe se stesso a una condizione di umiltà mai sperimentata prima, ma non può evitare la morte. E come lui, anche gli altri tre cristi lanciati nella missione più pericolosa della loro vita: ognuno è indirizzato verso lo stesso destino pur provenendo da esperienze diverse. Croci sulla schiena autoimposte.

Sogna il Messico, il Perù, una fuga impossibile, il ragazzotto Chris Smith, che in Killer Joe travalica con irruenza la propria presunzione fino a non rendersi conto di essere un imbecille che mai potrà realizzare il progetto di far ammazzare la madre e incassare l’assicurazione. Chris supera l’imprigionamento edipico, ma non quello incestuoso che gli fa bramare la sorella Dottie (solo in apparenza più tonta di lui) e non finisce sbattuto in galera solo perché viene ucciso prima. Da chi? Da lei.

E ancora, giusto per discorrere di madri, Damien Karras, emissario della Fede in L’esorcista, si trova nella condizione di sperimentare i danni sulla propria mente prodotti dal senso di colpa per non aver salvato la donna che gli ha dato la vita, costretta nel letto di un manicomio pur essendo solo non più autosufficiente. A un certo punto, quando ancora potrebbe fare qualcosa per impedire la morte materna, Karras viene mostrato dietro le grate di sicurezza di quella struttura psichiatrica: lo sguardo fanciullesco sul corpo di un uomo, le lacrime sepolte sotto le palpebre, l’immobilità, il non reagire, l’attendere il fato perché è già scritto che certe cose debbano andare in un certo modo.

Simone Tarditi
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