Cliff Booth l’intoccabile

Cliff Booth l’intoccabile

July 21, 2021 0 By Simone Tarditi

Più di Rick Dalton, più di Marvin Schwarz e sicuramente più di Sharon Tate, il galoppino-stuntman Cliff Booth è il personaggio di C’era una volta a Hollywood che nel romanzo viene sviluppato in maniera maggiore rispetto al film. E quando si parla di sviluppo s’intenda un approfondimento sul suo passato. Nella versione cinematografica, Quentin Tarantino fa innamorare lo spettatore del personaggio senza offrire più di tanta background story. Un merito, perché è quello che il cinema dovrebbe essere in grado di fare. Anche quando si lascia intendere un possibile uxoricidio si è di fronte a un dettaglio macroscopico su Cliff, ma la verità non è svelata, le ragioni neppure e, se vengono illustrate le conseguenze delle sue azioni sul piano professionale (chi vuole assumere un tizio accusato di aver ammazzato la moglie?), poco ci viene spiegato sui motivi che possono aver spinto al gesto e sulla freddezza resasi necessaria in quel frangente.

In questo, la novellizzazione di C’era una volta a Hollywood fornisce delle risposte: sì, Cliff ha ucciso la moglie. No, non pare sia stato per sbaglio. Le pagine sulle ore successive all’omicidio sviscerano molto della personalità dello stuntman: il colpo partito dalla fiocina sventra in due sua moglie Billie e, in un tentativo impossibile di riunire le due parti recise del corpo, Cliff la stringe e l’abbraccia fino a quando la guardia costiera raggiunge la loro imbarcazione dividendoli per sempre. Lì sulla poppa, tra budella sparse e litri di sangue, i due coniugi, prima che lei esali l’ultimo respiro, si parlano a lungo, si perdonano a vicenda e si preparano a che tutto finisca per uno dei due. Com’è inevitabile, Billie muore, Cliff rinasce. Una nuova fase di vita per lui, condannato a convivere da uomo libero con la peggiore delle ombre.

Altro grande squarcio nell’esperienza di vita di Cliff, quello di Brandy, la sua cagnolona. La descrizione di come l’uomo e il pitbull s’incontrino e instaurino un legame è degna della penna di Quentin Tarantino: il tramite è costituito da un coglione losangelino che ha nei confronti di Cliff dei debiti consistenti (dei “buffi”, come lo stesso Alberto Pezzotta avrebbe potuto tradurre), da qui la necessità di escogitare un modo per tirare su un po’ di grano. E così che il lettore viene introdotto nello spaventoso giro sotterraneo dei combattimenti tra cani. Brandy è una belva di prima categoria fino a quando non incontra dei suoi simili ancora più forti che pezzo a pezzo la riducono in brandelli. Ferita più volte e a uno scontro di distanza dal diventare poltiglia, Cliff, il quale ha stabilito con lei una connessione spirituale che solo chi ha e ama un cane può capire, decide di ritirarla da quel genere di competizioni. Il suo partner è però di un’altra idea: preferirebbe farla lottare ancora una volta puntando sul suo avversario e costringendola a morte certa. Non potendo accettare ciò, Cliff lo pesta di botte fino ad ammazzarlo e poi ne abbandona il corpo morto in un’auto. Brandy gli sarà sempre grata. Alla luce di quanto appena riassunto, è chiaro quanto plausibile sia la reazione di Brandy nel vedere, verso la fine di C’era una volta a Hollywood, il proprio padrone minacciato da parte di una banda di hippie impasticcati, una scena che altresì nel film potrebbe indurre a qualche perplessità.

Tornando alla freddezza con cui Cliff Booth uccida, il romanzo viene ancora una volta in aiuto nel fornire una spiegazione. Semplice: è un veterano di guerra, un ex soldato pluridecorato che ha ammazzato un numero imprecisato di persone. Tra verisimiglianza e leggenda, il personaggio di Cliff è un monumento all’eroismo americano tramutatosi, per forza di cose, in un killer senza rimorsi. Quentin Tarantino parte da un fatto storico, ossia che molti dei migliori stuntmen hollywoodiani fossero reduci di guerra senza paura dotati di agilità e sprezzo del pericolo, e termina l’arco illustrando alla sua maniera gli effetti prodotti in una mente addestrata per eliminare vite umane. Cliff è egli stesso una vittima? Se sì, non ci pensa. Che alternative avrebbe avuto se non fosse stato spedito al fronte? Poche. Di chiaro c’è che Cliff Booth non era destinato a diventare un bifolco. Il suo rifuggire gran parte della cultura americana, da lui considerata machista e illusoria, e il cercare spasmodicamente differenti modalità con cui rapportarsi all’esistenza (si veda la sua cinefilia, orientata verso pellicole realizzate oltre oceano) ci confermano quanto Cliff sotto ogni profilo valga più di Rick. Sia come essere umano ipotetico sia come personaggio cine-letterario. A parte la scia di cadaveri che si lascia dietro.

Simone Tarditi
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