Dune è il museo personale di Denis Villeneuve

Dune è il museo personale di Denis Villeneuve

September 21, 2021 0 By Gabriele Barducci

Se si dovesse riassumere Dune in poche parole, ne potrebbe uscire una definizione non lontana dalla seguente: un grande, grandissimo cinema lato tecnico ed estetico a cui, purtroppo per cause di forze maggiori in parte e un po’ perché è una carenza narrativa del regista, le emozioni come lo stesso ritmo narrativo stentano ad appagare lo spettatore.

Eppure parliamo di un progetto mitologico in termini cinematografici, con una prima stesura di bozzetti ad opera di Jodorowsky che non ha mai visto la realizzazione, ma il tutto recuperabile tramite documentario, e poi venne il film di Lynch, un progetto interessante, ma carente nella semplicistica missione di condensare tutto il ciclo di Dune in appena 130 minuti. Ad oggi è una pellicola in parte seminale, identitaria nella misura in cui nella regia troviamo un nome quale David Lynch, ma lontana dalla perfezione.

Dopo Blade Runner 2049, Denis Villeneuve ci riprova e porta in sala il suo classico film. Inutile aspettarsi qualcosa di diverso. Se, maturato con il tempo, Balde Runner 2049 è l’unico sequel possibile immaginabile del primo storico film cult, con Dune si va a trattare un materiale diverso a cui susseguono diversi problemi, primo tra tutti, la mole impressionante di materiale da raccontare.

Nella versione italiana non c’è scritto, ma in quella internazionale ai titoli di testa capeggia un “Dune – Parte Uno”. Il progetto è ambizioso, questo primo film finisce proprio a metà del primo libro del ciclo di Dune, dunque per chi conosce il materiale narrativo, la fine coincide con l’inizio della vita nel deserto.

Quel che costruisce Villeneuve in termini estetici è assai impressionante, nella misura in cui lo stesso regista sembra rifarsi molto a un’immaginazione libera scaturite dalle parole di Frank Herbert. Lo stile classico di costumi, edifici, astronavi e altre navicelle rievoca i migliori stilemi della fantascienza classica anni 50-60. Niente fronzoli estetici o cromature, bensì colori secchi, neutri, il giusto per catalogare e classificare nel modo più semplice possibile questa guerra santa intergalattica che sta per iniziare.

Il messaggio messianico dunque si costruisce su pochi concetti, di facile assimilazione, una riduzione narrativa necessaria per condensare il materiale in poche battute necessarie. Alla parola dunque si sovrappone l’immagine, titanica, sontuosa, da lasciare a bocca aperta a cui la preziosa ed eterea colonna sonora di Hans Zimmer regala brividi veri, quasi fosse un personaggio invisibile, necessario a reggere in piedi tutto il progetto.

Si esce ammaliati di bellezza, ma con il groppo in gola, perché ciò che si è visto è troppo poco per apprezzarne l’intento. Di fatto si apprezza un’idea di cinema classico che difficilmente si può trovare al giorno d’oggi, la reale consapevolezza di avere davanti un regista che riesce a farsi dare in mano una cifra per realizzare un grosso blockbuster e non aver paura di renderlo estremamente autoriale o al servizio di quello che il Cinema ci ha sempre insegnato: godere di immagini, godere di musica e se queste funzionano, forse, possiamo passare sopra al poco narrato.

Gabriele Barducci