No Time To Die, la parabola di Daniel Craig

No Time To Die, la parabola di Daniel Craig

October 4, 2021 0 By Gabriele Barducci

È giusto dire, almeno questa volta, che negli ultimi cinque film su 007 è stato il suo interprete che a modellare il “nuovo” Bond sotto nuovi e diversi punti di vista.

Allontanando il debutto esplosivo con Casino Royale e Quantum of Solace, le ultime iterazioni di 007 sono state con il magnifico Skyfall e il mediocre Spectre. Da una parte un’azione viscerale, dedita al James Bond che agisce più di pancia, poi la rinascita con Skyfall, la costante sensazione di porsi degli interrogativi, il non essere più infallibile e dunque rendersi più vulnerabile, vedendo tutto ciò attorno a se crollare, mentre il passato reclama la sua vendetta e il suo credito.

In qualche modo è questo il grande sunto di NoTime To Die, un film non voluto, giacché in qualche modo già Spectre era una chiusura con del senso logico. Poi l’ok dalla produzione a cui segue l’arrivo di Danny Boyle alla regia, il suo allontanamento per discussioni con la produzione e poi l’arrivo di Fukunaga a cui poi segue l’entrata prepotente di Daniel Craig come produttore. Insomma, in qualche modo, questa lunga parentesi durata cinque film deve concludersi, definitivamente e per venire incontro alla domanda e alla risposta, No Time To Die è il classico film che si rivela essere in perfetto equilibrio.

Esattamente come nel faccia e faccia che Bond e Blofeld hanno nel film, disquisendo sul concetto del passato, di come il tempo vada in un’unica direzione, si costruisce la grande e facile metafora del film, come già successo in tanti altri luoghi: loro sono vecchi, il mondo evolve, e se il mito di James Bond sembra immortale, i loro corpi lo sono.

Il grande quadro commemorativo della M di Judi Dench capeggia fuori l’ufficio del nuovo M di Ralph Fiennes, guarda tutto l’MI6, lo giudica, è il segno tangibile della grande rivoluzione che ha portato il Bond di Daniel Craig, giacché dove prima erano tutti capitoli autoconclusivi con pochissimi elementi in diretta continuità, questi cinque film si sono tramutati in una vero e proprio corso narrativo, dunque ecco ancora la Spectre, ecco ancora il ricordo della Vesper di Eva Green che riempie le notti insonni di Bond.

Insomma, il passato si è attaccato alle caviglie dell’agente segreto e mentre è in pensione arriva una nuova 007, segno del cambio dei tempi, ma Daniel Craig ha ancora qualcosa da dire.

Un gran peccato il Safin di Rami Malek, cattivo perché sì, vuole uccidere tutti gli esseri umani nel globo con un’arma batteriologica fantascientifica perché sì. Dopo un’introduzione ricca degli stilemi classici da cinema horror, il villain si spegne, sparisce dalle scene nel minutaggio consistente (più di 160 minuti) e non incute nessun timore.

Riprendendo dunque una considerazione sparsa poche righe prima, No Time To Die è la conclusione epica ed emotiva del Bond di Daniel Craig. I migliori sentimenti, di amore, di sensualità, in parte anche di forte senilità, sono cuciti attorno quello smoking blu tendente al nero. Non perfetto e neanche orrendo, non piacerà ai puristi, o forse sì, insomma, lo stesso Craig prende le redini del progetto per elevare la sua parabola a vera e propria icona, in parte rivoluzionando l’idea stantia di Bond, in parte mettendo un firma autoriale assai importante.

Gabriele Barducci