Classic Halloween – Doctor X: un horror in bilico tra obitori, bordelli e sigari esplosivi

Classic Halloween – Doctor X: un horror in bilico tra obitori, bordelli e sigari esplosivi

October 28, 2021 0 By Simone Tarditi

Probabilmente lo spettatore d’oggi, molto più scafato di quello degli Anni Trenta, non avvertirà il suo sangue “arricciarsi” (citando una massima del regista) né tantomeno verrà percorso da brividi durante la visione di Doctor X, diretto nientemeno che da Michael Curtiz. Eppure è un titolo meritevole di una riscoperta a quasi novant’anni dalla sua release. La trama si sviluppa con meccanismi molto semplici attorno alla risoluzione di un caso: con la luna piena si verificano omicidi efferati dei quali non si riesce a trovare il colpevole. Le tracce portano la polizia verso la direzione sbagliata e sarà solo un reporter pasticcione, eticamente scorretto e guidato dal profumo femminile più che dall’intuito professionale, a svelare chi si celi dietro al mistero di tutti quei morti. Nel suo fare a zig-zag tra il divertire e l’incutere timore, Doctor X si configura come prodotto ibrido la cui identità cinematografica lotta con se stessa tra direzioni opposte. Trattasi di un film in bilico per diverse ragioni:

  1. Non appartiene a un unico genere. A un primo sguardo verrebbe da pensare sia un horror, ma si è fuorviati dall’assenza di elementi realmente spaventosi, dalla presenza invece di gag, situazioni paradossali gestite per divertire il pubblico, nonché da alcune battute salaci e da un umorismo ammiccante, pungente. C’è una love story (immancabile), c’è un’indagine e in generale l’atmosfera ha un che di sovrannaturale. Per tagliare corto, vale la pena di rispolverare la categorizzazione di “mystery comedy” fornita da alcune recensioni dell’epoca.
  2. Curtiz è al bivio della sua carriera: Doctor X esce a vent’anni di distanza dal suo esordio in madrepatria (Ma és holnap, 1912) e un decennio prima di Casablanca, che gli farà vincere un Oscar. Stabilitosi a Hollywood nel 1926, sedotto dalle potenzialità produttive americane (e dalle remunerazioni), il cineasta ungherese realizza subito The Third Degree, il cui insegnamento su come crimine e giustizia operino in quella nazione gli servirà nell’approcciarsi a Doctor X. Qui il cronista d’assalto s’infiltrerà tra un estremo e l’altro della legalità per indagare una serie di morti sospette che possono fargli scrivere degli articoli sensazionali. Colpisce come vengano ritratte le forze dell’ordine: soggetti distratti, pigri e con in testa il solo scopo di chiudere in fretta i casi, qualsiasi sia la verità. Altresì è affascinante la descrizione della non-salute mentale di chi fa scienza per mestiere: gli specialisti di Medicina vengono mostrati usare l’anatomia e gli esperimenti su animali (esseri umani compresi) per il gusto e il godimento immediato che ne deriva, non per finalità “superiori”. La ricerca della verità non è il faro che guida il loro modus operandi.
  3. Il film viene girato sia a colori (il cosiddetto “two-strip” col quale vengono esaltate quasi esclusivamente il verde, il rosso e le relative sfumature) sia in bianco e nero. Questo perché i produttori non si fidavano del risultato finale di quell’ancora rudimentale Technicolor sia perché i cinema nelle zone più remote degli Stati Uniti mai avrebbero potuto proiettare una pellicola a colori perché non ne avevano la strumentazione adatta. Esistono quindi due versioni di Doctor X, con lievi differenze tra una copia e l’altra. Curtiz, forte della lezione espressionista assimilata in Europa, dà il massimo con i mezzi che ha per catalizzare l’attenzione dello spettatore (si veda per esempio tutto il processo della trasformazione “mostruosa” nell’ultimo quarto d’ora).

Un film meno conosciuto di altri dei primi Trenta, però che a suo modo deve avere fatto scuola, vuoi per la miscela horror/commedia, vuoi per la tecnica con cui Curtiz realizza alcune sequenze disponendo di poco più che la sua immaginazione.

Simone Tarditi
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