Appunti sparsi su Zeros and Ones di Abel Ferrara

Appunti sparsi su Zeros and Ones di Abel Ferrara

December 7, 2021 0 By Simone Tarditi

Stazione Termini. Arriva un regionale, è già notte, forse si tratta dell’ultimo treno. Ai gate, presidiati dai militari, sono in corso opere di sanificazione delle superfici. Un soldato americano si muove in completo anonimato, tradito solo dall’ingombrante zaino, gli indumenti e il marciare composto. Desolazione tutt’attorno. Rumore di passi. L’incipit di Zeros and Ones è dominato da location in penombra, immagini sporche, scure, a media definizione. La trama è svelata con poche informazioni: il protagonista (Ethan Hawke) è stato mandato nella capitale italiana per venire a capo di una rete estremistica che vuole far saltare in aria il Vaticano. Uno scenario apocalittico. Contemporaneamente egli deve anche scoprire che ne è di suo fratello, cacciatosi in guai più grandi di lui.

Roma negli ultimi anni non è mai stata così lugubre come in Zeros and Ones. Il buio amplifica la percezione della minaccia e anche del degrado. Giacigli di barboni, spazzatura sui marciapiedi, siringhe, sporcizia ovunque. Qualcosa di concreto anche tolto il cinema. In paradossale contrapposizione – e, anche qui, si tratta di realismo più che di messinscena del verisimile – all’ossessione dei personaggi nell’indossare mascherine chirurgiche, infilarsi guanti, igienizzarsi le mani, pulire con spray ogni oggetto con cui si entra in contatto (cellulari, soldi, maniglie), ossia la coreografia di movimenti meccanizzati a cui quotidianamente si assiste da quando è iniziata la convivenza col Covid.

Premiato alla kermesse di Locarno, l’ultima fatica di Abel Ferrara è un fulgido esempio (a memoria, uno dei pochi autentici) sull’aver saputo sfruttare il periodo pandemico come contesto entro cui ambientare una vicenda di fiction. Elemento ispiratore, nella tragicità degli eventi in cui da marzo 2020 si è piombati, il virus è parte della storia a tal punto che, se non fosse circolato, Zeros and Ones proprio non sarebbe esistito. Abel Ferrara non adatta quindi il suo film agli eventi successi (e in corso), non soggiace alle difficoltà produttive che tutta la cinematografia ha dovuto affrontare, bensì fa qualcosa d’inverso: sintetizza la paranoia di questo momento storico in un lavoro che, in virtù delle numerose difficoltà, in esse trova la sua essenza. Andando a trattare temi quali il terrorismo, il commercio di droga, lo spionaggio, la prostituzione, il legame tra fratelli (gemelli?), ossia quel suo solito tripudio autoriale apparentemente scollegato tra le varie parti che lo compongono, il regista amalgama Zeros and Ones all’interno di un contenitore-film così capiente da racchiudere tutto quanto, anche la materia in eccesso. Persino il finale, con quella speranza e quella luce mancate per un’abbondante ora, trova un senso capace di trascendere l’opera. E di annullarla. Forse, e qui si entra nell’esperienza soggettiva dello spettatore e non in quella del cineasta, un senso di triste amarezza fino e oltre i titoli di coda avrebbero stonato meno. Sempre che non sia stato un effetto voluto, e conoscendo Abel Ferrara

Simone Tarditi
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