Note sparse – e disunite – su È Stata la Mano di Dio

Note sparse – e disunite – su È Stata la Mano di Dio

December 20, 2021 0 By Gabriele Barducci

Su questi lidi il nome di Paolo Sorrentino passa veloci nelle chat redazionali o semplicemente per scambiarsi opinioni veloci. Abbiamo disquisito di quanto La Grande Bellezza non sia propriamente piaciuto a tutti, mentre per altri vi è una sorta di venerazione chirurgica, per poi passare al bistrattato Loro e anche le parentesi seriali con The Young Pope e The New Pope sono state argomento di discussione.

Ma ora torniamo al cinema (prima) e su Netflix (dopo) per È Stata la Mano di Dio, salutato dai soliti giornalai come il film su Maradona. Niente di più sbagliato.

Sorrentino ha puntellato sempre qualcosa di se nelle sue opere. I primi semi proprio con La Grande Bellezza, con un’esportazione del messaggio in chiave adulta, senile, la voglia di ricercare qualcosa che si è perso in gioventù e mai più recuperato, ma prendiamo poi il Lenny Belardo di Jude Law in The Young Pope. L’archetipo narrativo come del rispettivo background aveva già fatto intendere che c’era qualcosa (tanto che avanzammo il titolo del relativo articolo come “la biografia dispotica di Sorrentino”) che il regista voleva comunicare con questo ultimo film e già dalla sinossi, si entrava in un terreno terribilmente conosciuto e intimo.

Non stiamo qui a tediarvi sull’infanzia del regista napoletano, conosciuta ai più, Wikipedia compresa e aggiornata grazie alle diverse interviste che Sorrentino ha rilasciato negli anni. Raccogliendo i pezzi, il quadro diviene incredibilmente ampio, chiaro, cristallino. Ecco che ci si avvicina alla visione del film consapevoli del valore incredibilmente intimo dell’opera, che si specchia apertamente sul passato del regista, che qui si incarna in Fabio, Fabietto per tutti, dunque ancora un ragazzo troppo giovane, vive con i genitori, le loro gioie e i loro dolori. Poi la crisi, il dramma che spezza inevitabilmente la famiglia, nello stesso momento in cui arriva Maradona al Napoli e le vite di tutti quasi si plasmano attorno questo evento, ma Fabietto è arrabbiato, sente un vuoto che non riesce a esprimere, cerca una fuga dalla realtà, fuga che si chiama Cinema.

Di concezione classica, sembra quasi un film costruito sul già noto retaggio di Tornatore, regista che Sorrentino ha sempre dichiarato di ammirare, È Stata la Mano di Dio è presumibilmente il miglior film di Sorrentino da quando il regista ha smesso di essere artista per mettere in risalto il suo dramma.

Dunque il non sentirsi adeguati verso la vita in giovane età, si scontra con la – falsa – idea che la gioventù sia una fiorente fontana di invincibilità verso il mondo. Una chiosa non diversa da Bukowski che più volte sottolineava come da giovani ci si sente invincibili, finché “la vita non ti fotte” e qui la vita decide di fottere i genitori di Fabietto. La perdita, la crisi del non poter vedere i corpi, i segreti che vengono a galla e quel dannato funerale dove tutti piangono, tranne lui.

È assai difficile entrare nei singoli dettagli del film per sviscerarne ipotetiche chiavi di lettura, giacché se nella prima parte, la costruzione è delle più basilari, il film si scopre prezioso è importante solo nella seconda metà, dove il senso di disorientamento è così ampio e influente che ci si chiede se mai ci potrà essere pace o soddisfazione per questo ragazzo, che come non mai gravita attorno qualcosa che lo delude sempre più, perché la vita è deludente, le persone lo sono e anche se Maradona ha portato il Napoli alla vittoria dello scudetto, paradossalmente, salva la vita anche a Fabietto.

Come la mano sinistra di Dio, quella dedita alla forza, all’azione, a salvarlo è stata una mano che gli dice che può esserci qualcos’altro per lui, anche fuori da Napoli. Con un rapporto spezzato con la vita, e la ricostruzione della stessa grazie al cinema, Capuano gli da il miglior consiglio: non ti disunire.

Questo film a dimostrazione che Sorrentino non si è mai disunito, almeno fino a questo punto dove si è concretamente fermato e ha pianto davanti a tutti noi, mostrandocelo senza filtri, vergogna o paura.

Gabriele Barducci