La Fiera delle Illusioni, il The Prestige di Del Toro

La Fiera delle Illusioni, il The Prestige di Del Toro

January 31, 2022 0 By Gabriele Barducci

La Fiera delle Illusioni si inebria del miglior Guillermo Del Toro che si possa chiedere oggi, giacché molto diverso ogni anno che passa. Attingendo a piene mai dai stilemi del cinema classico, il regista messicano ricrea e ricostruisce l’estetica e l’identità di un film quasi fedelmente nella prolissa prima parte, per poi ricostruire, facendosi guidare dal mero senso estetico, sulla strada del noir e del gioco soprannaturale.

In qualche modo, La Fiera delle Illusioni, più che essere un remake dell’omonimo film datato 1947, sembra riprendere un discorso avanzato da Christopher Nolan nel suo The Prestige. Dove i due prestigiatori si danno battaglia per la creazione del gioco di prestigio più brillante e innovativo, alla rivalsa e vendetta personale, c’era anche un tacito bisogno di sopravvivere all’avvento della futura tecnologia del cinema.

Siamo a fine dell’800 e il ‘900 mette paura, i teatri sono sempre meno affollati e da lì a poco l’invenzione del Cinema catalizzerà l’attenzione di tutto il pubblico. La Fiera delle Illusioni supera l’ostacolo, il circo e i giochi di prestigio sono sopravvissuti, ma la necessità di impressionare il pubblico è la costante fondamentale degli uomini che creano illusioni.

Dunque i giochi di prestigio non servono solo a far brillare gli occhi degli spettatori, ma anche a spennarli dei loro conti in banca. Al gioco, all’illusione si fa strada la menzogna, la bugia e il racconto di un uomo venuto da lontano si tinge di noir e di un gioco che assomiglia ad una corda che a forza di tirarla, prima o poi si spezza.

Particolarmente entusiasmante è la divisione del film, che taglia nettamente in due la narrazione: la prima parte è quella più dedicata all’omaggio: chiusure sul nero manuali, la camera che esegue pochi movimenti ma essenziali per seguire i personaggi e la ruralità del circo che si sposta. Poi si arriva in città, l’industria, il mattone, il cemento, i bei vestiti e i ricordi sparsi in nuvole di fumo di sigarette mai spente. Cate Blanchett una femme fatale straordinaria e Bradley Cooper mai così bravo. Non si spiega il flop negli Stati Uniti. Per tutti gli altri, un ottimo film.

Gabriele Barducci
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