TSFF33: Immergendosi dentro Murina

TSFF33: Immergendosi dentro Murina

February 2, 2022 0 By Simone Tarditi

La presenza di Martin Scorsese tra i co-produttori di Murina (leggasi il suo nome come booster per la promozione) non deve fuorviare. Al contempo deve invece rassicurare. Un po’ come quando fece lo stesso per Lazzaro felice o come quando, negli ultimi giorni, ha supportato l’arrancante release dell’ultima fatica di Guillermo del Toro, Nightmare Alley, attraverso un’entusiastica dichiarazione ai giornali che negli USA ha fatto più effetto del fallimentare lavoro degli uffici stampa, incapaci di “vendere” il prodotto a quei pochi spettatori rimasti a voler andare al cinema. Ma torniamo a Murina di Antoneta Alamat Kusijanović, uno dei film di punta dell’edizione trentatré del Trieste Film Festival. Plot scarno e avvincente: una giovane al culmine dell’adolescenza trascorre le sue giornate andando a pesca subacquea assieme al padre, che la opprime a ogni occasione. L’entrata in scena di un vecchio amico di lui, arrivato sulle coste croate per valutare l’acquisto della loro proprietà a fini immobiliari, stravolgerà all’apparenza i ritmi di vita di tutti, lei compresa, preda di sentimenti che la confondono.

Murina fluttua tutto attorno alla sua protagonista, con la quale il processo d’immedesimazione dello spettatore diventa totale a forza di seguirla in ogni momento della sua giornata. Anche perché la sensazione che si ha è che lei sia uno spirito autonomo, imbrigliato in doveri di cui non sopporta neanche l’idea. La famiglia le dà ordini continuamente, la indirizza, la limita, prova a incastrarla in comportamenti e atteggiamenti che semplicemente non le appartengono. Così, la ragazza non fa altro che fuggire di continuo, trovando rifugio nel mondo sottomarino. Preferisce stare sul fondo del mare che a terra. Preferisce la solitudine e soprattutto il silenzio al chiasso indistinto. Sotto l’acqua i rumori sono attutiti, conservano qualcosa di primordiale, come dentro al ventre materno, il pre-inizio di tutto.

È almeno dall’Ottocento che si scrivono e inscenano drammi su figlie, grandi a sufficienza per poter pensare a un futuro da donne e non più da bambine, che conducono una vita da succubi per colpa di padri possessivi e violenti. Spesso di mezzo vi è anche un primo amore la cui intensità delle sensazioni spinge a gesti estremi: fughe, uccisioni, suicidi. In Murina si nota una sceneggiatura che ricollega l’epilogo all’incipit fino a quasi sovrapporli, quasi a chiudere un cerchio narrativo tornando al punto di partenza. È così? Sì e no. Nel breve e indefinito tempo degli eventi mostrati, poco cambia se non la consapevolezza della protagonista, che per essere davvero libera deve farlo da sola. Una creatura d’istinto che ubbidisce solo alle pulsioni, incapace di venir tenuta prigioniera. Il film sguscia tra le mani come la sua protagonista: quell’essere inafferrabile produce l’effetto della meraviglia che si prova di fronte alle nature più forti, più fiere.

Simone Tarditi