La seconda venuta di Euphoria, tra certezze e crisi isteriche

La seconda venuta di Euphoria, tra certezze e crisi isteriche

March 28, 2022 0 By Gabriele Barducci

Quasi avevamo perso dai nostri radar serial televisivi quali Euphoria. Vuoi la produzione impegnativa, vuoi il Covid-19, alla fine quel docile speciale arrivato e fruito più di un anno fa come tappabuchi natalizio era stata l’unica briciola di una scia di indizi che si era persa.

Il suo ritorno su HBO e da noi su Sky ci ha ricordato perché quel mondo teen fatto di glitter, sesso e stupefacenti avesse (e come ci fosse riuscito) cattura l’attenzione di tutto il globo: Euphoria è uno show estremo, e nella sua ricerca dell’estremo, tutto ci affascina incredibilmente, per quanto molto lineare nel ritmo narrativo. È un po’ come allungare un braccio per toccare fugacemente qualcosa innanzi a noi che non riusciamo a delineare, ma toccarlo non basta, quel pizzico è bastato per annientare tutto il nostro corpo ed espandersi a macchia d’olio, con la stessa titubanza con cui il Neo di Keanu Reeves sfiorava lo specchio magico, per poi trovarsi catapultato nel paese delle meraviglie denominato Matrix.

Come sanno fare solo i bravi cineasti, Euphoria è quel The O.C. dove parte del lavoro narrativo viene svolto dalle vicende singole dei diversi protagonisti, classici liceali con seri problemi comportamentali. Scorrendo come tra le categorie di un porno, ogni storia è un abisso di follie, di considerevole malattia mentale che in alcuni momenti viene anche affrontata e presa di petto, quasi primo passo per una considerevole guarigione, per poi venir lasciata lì in sospeso.

Ecco, senza scendere in odiosi particolari, la seconda stagione di Euphoria è davvero un prodotto qualitativamente impressionante, capace di prendersi coraggio e mettere in scena anche alcuni momenti di rara cattiveria, sorvolando alcune tacite regole di linguaggi sia filmici che televisivi. È dunque una goduria estrema perdersi nella perversione e disagio di questi giovani, spesso specchio di un disagio superiore, derivato da figure genitoriali non al meglio del loro metodo Montessori, ma ricchi di spunto per capire quanto possa essere profondo il baratro del male.

Tra Rue che continua ad assumere stupefacenti senza ritegno, mettendo in gioco la sua stessa vita, a Cassie che si sbrodola il viso tra vomito, pianti, trucco sbavato e urla isteriche, una vita in ginocchio e sul ciglio del suicidio ad appena diciassette anni.

A questo giro però Euphoria perde pezzi per strada, pur rimanendo uno show di primissima qualità: di crisi esistenziali/sessuali/stupefacenti di alcuni personaggi si sono perse assolutamente le tracce. Anime perse in una quotidianità sempre più stretta ed estremamente importanti nella prima stagione, qui si perdono totalmente, non trovando più spazio, andando a beneficiare dunque il quadro generale e non più il singolo. Questo avviene grazie alla solita soluzione facile del flashback che serve a ricollegare un tema passato al disagio di oggi e trarne una considerazione.

Nella chiusura, la seconda stagione di Euphoria rimane uno spettacolo di grande qualità, ma è stata la marcia inserita per riorganizzare alcune priorità riguardo personaggi ed obiettivi finali che svela il trucco, o almeno, ciò che tacitamente è stato tagliato.

Euphoria è anche la serie perfetta per parlare di giovani, ai giovani e per i giovani, cercando quella venatura tendente al realismo che poi sfocia nell’esagerazione, giacché molte delle risoluzioni finali sono incredibilmente esagerate. Ma parliamo di uno show che ha saputo valorizzare – l’unico per ora – un linguaggio per immagini totalmente inedito, quello del trucco. Il trucco sul viso delle tante protagoniste femminili è una diretta estensione di uno stato d’animo, come la stessa Cassie che quasi soffoca nel suo stesso vomito mentre è in piscina con gli amici. L’acqua della vasca si riempie di trucco, vomito, sangue e lacrime. Noi come lei siamo dentro questa piscina ed ecco che veniamo a contatto con qualcosa di schifoso che galleggia in acqua e forse, quel piccolo pezzo di cibo vomitato, non siamo altro che noi, che abbiamo scordato di essere venuti e cresciuti – forse non tutti – da uno stomaco grande e pregno di acido come quello dell’adolescenza, che ha visto in alcuni di noi, azioni tanto folli quanto genuine.

Raccontarle, anche solo per il gusto di farlo, con immagini patinate e folgoranti colori su schermo, puà dimostrarsi un grande bene.

Gabriele Barducci