Alida Valli va a Hollywood: come si vende una star

Alida Valli va a Hollywood: come si vende una star

May 19, 2022 0 By Simone Tarditi

Cooptata da David O. Selznick nel 1947 per fare da nuova diva sul suolo americano, Alida Valli lascia la patria non per sempre e con alle spalle un bagaglio di film di tutto rispetto. Sono infatti stati quasi tutti successi quelli che l’hanno vista protagonista sugli schermi prima e durante la guerra, il pubblico l’ha amata e resa uno dei nomi di punta della cinematografia del periodo.

A fare da viatico introduttivo per gli spettatori statunitensi viene distribuito in qualche sala un titolo con Valli appena ventenne, Ore 9: lezione di chimica. È una commedia romantica del 1941 diretta da Mario Mattoli che vede una scolaretta collegiale invaghirsi del suo professore e venir da lui ricambiata. La ragazza superando rivalità, lottando con le regole, sopportando punizioni e sensi di colpa, compiendo metamorfosi, corona il suo sogno e nel finale l’amore trionfa in una maniera che oggi non sarebbe più proponibile o moralmente accettabile. Al di là di questo, stupisce che proprio questa pellicola sia stata selezionata per far conoscere l’attrice alle platee oltreoceano. Per certi versi è una decisione incomprensibile perché, qui, non solo Valli interpreta una ragazzina mentre in America verrà presentata come donna adulta, ma anche per la qualità stessa del film in questione che è accettabile per gli standard italiani del Ventennio, mentre risulta inferiore anche alle produzioni di serie B hollywoodiane di addirittura una decina di anni prima. Si tratta quindi di una presentazione all’altezza delle caricatissime aspettative? No, senza nulla togliere alla recitazione tutt’altro che monocorde di Valli. Un suicidio promozionale? Evidentemente no, dal momento che i film realizzati in America confermeranno lo status di star col quale Valli viene venduta ancora prima d’iniziare a girare un solo metro di pellicola.

“Il film non è straordinario. La vicenda ha a che fare con una trama superficiale che non penetra dentro i sentimenti più profondi dell’adolescente né ne analizza le motivazioni”. Tra doppi sensi e sminuimenti vari, il «New York Post» descrive così Ore 9: lezione di chimica, ribattezzato per la distribuzione Schoolgirl Diary. Archer Winsten, autore dell’articolo, fa inoltre un ragionamento tanto ingenuo quanto perspicace, relegando il film a un livello decisamente più basso rispetto a Roma città aperta, Sciuscià, Paisà, tutti precedentemente apparsi a Manhattan benché successivi e lontanissimi per stile e contenuto. Già nel 1947 persino un americano riesce a valutare come due universi distinti quello del Neorealismo e quello del Cinema del Ventennio pur probabilmente senza rendersi conto di tutte le implicazioni culturali e identitarie che stanno in mezzo. Qualche mese dopo (’48 inoltrato), di altre idee è invece Mildred Martin sulle pagine del «Philadelphia Inquirer»: “Un semplice, realistico e astuto resoconto sulla confusione adolescenziale”. Non andrebbe neanche sottolineato, ma entrambi gli articoli si premurano di esaltare la performance di Alida Valli. Curioso il caso di Herbert Cohn («Brooklyn Eagle»), che in un trafiletto datato 4 ottobre 1947, non avendolo ancora visto, scansa ogni giudizio e si limita a riportare un’informazione in più rispetto agli altri: la pellicola viene proiettata al Golden di Broadway in versione originale con sottotitoli in inglese, una pratica ampiamente rodata giù all’epoca (vd. il caso di David Golder, per fare un esempio). Ritorna sull’argomento un paio di settimane più tardi privo di entusiasmo: “Il film è prolisso e maldestro, mentre la sua interprete è agile e vincente”. In un gioco di scatole cinesi promozionali, Ore 9: lezione di chimica è uno star vehicle di manifattura italiana prima che Valli salga a bordo di quello americano: più roboante, più professionale, più di culto.

Simone Tarditi
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