Il merlo maschio, appunti sparsi per una mascolinità fallica e fallita

Il merlo maschio, appunti sparsi per una mascolinità fallica e fallita

February 16, 2023 0 By Simone Tarditi

Pellicola dall’ornitologico titolo e dalle “strumentali” allegorie, la commedia Il merlo maschio nasconde ben in superficie, dietro la leggerezza del genere a cui appartiene, un’indagine fallocentrica circa il malfunzionamento dello strumento maschile per eccellenza innescato da una non meglio identificata – eppure evidentissima – malattia psichica. Pur trattandosi di musica, l’arnese in questione non è il piffero (avrebbe potuto esserlo in un film con Pippo Franco o Lino Banfi, non con Lando Buzzanca e soprattutto non per la regia di Pasquale Festa Campanile), bensì il violoncello. Niccolò, che di cognome fa Vivaldi (senza condividerne né la fama né il rispetto), è incapace di imporsi nell’orchestra in cui è impiegato, è un fallito di cui nessuno ricorda mai il nome, un immaturo che vive sull’orlo di un esaurimento nervoso, ma soprattutto un marito che trascina con sé la moglie Costanza (Laura Antonelli) in un delirante inferno di perversione.

Compreso tutto il discorso che Il merlo maschio porta avanti sul violoncello “che non suona” come metafora di impotenza, sono le deviazioni che ne derivano a costituire l’oggetto principale su cui la narrazione si sorregge. Il maschio auto-svirilizzato interpretato da Buzzanca scopre di eccitarsi solo quando Costanza entra in contatto con altri uomini o da questi riceve apprezzamenti spinti. Donna succube e invisibile al proprio uomo, ella verrà costretta a sottoporsi a un’escalation libidica senza freni: foto sexy (dapprima per semplice consumo domestico, poi addirittura spedite a riviste osé per essere pubblicate), vestizioni insolite, somministrazione di sonniferi per ottenere pose plastiche una volta addormentata, denudamenti in luogo pubblico passando anche per una provocata commozione cerebrale. Nel venire rappresentata come docile e addomesticata, Costanza è spinta fino a un punto di non ritorno. Quelle di lei sono masochistiche prove d’amore prive di riflessione, coscienza, all’interno di quello che è un ritratto disumanizzato della figura femminile che però, cinematograficamente, funge al suo scopo: spogliare di ogni valore morale il masochista folle e morboso che le sta accanto, che dovrebbe proteggerla e che la condivide col mondo esterno sfiorando la fantasia di condurla sulla strada della semi-prostituzione. La decadenza a cui si assiste trova un contrappunto nelle ambientazioni esterne (Verona, città degli innamorati e sede dell’arena amata dai melomani) e in quelle interne (l’abitazione della coppia è sospesa nel tempo con uno stile Art Nouveau che nulla c’entra con il loro spirito o con l’epoca). Costruito per far ridere, Il merlo maschio è altresì una parabola dell’orrore senza che i personaggi imparino qualcosa o ne escano migliorati.

Simone Tarditi
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