Appunti sparsi su Zelig di Woody Allen

Appunti sparsi su Zelig di Woody Allen

May 19, 2023 0 By Simone Tarditi

In Zelig è preponderante il ruolo dei mass media quali autentici strumenti tritacarne attraverso cui il potere assembla e costruisce la realtà a proprio piacimento. Tra i tanti, in primo piano v’è il giornalismo – non è un caso che nel film si evochi William Randolph Hearst, il re delle testate scandalistiche e delle fake news negli anni Venti – che, al pari del protagonista del film, cambia aspetto e colore a seconda dei momenti storici o delle tendenze in corso in una medesima epoca. Mentre osserviamo trasformarsi e deformarsi il personaggio a cui Woody Allen dà vita, così crescono e si evolvono i mezzi comunicativi. Alla stampa si affiancano quindi newsreel e trasmissioni radiofoniche, eppure la sostanza non cambia: cavalcare una notizia significa generare denaro sfruttando l’interesse della gente. Poco importano la qualità del servizio o la percentuale di verità in esso contenuta. Woody Allen scherza e fa riflettere su tutto ciò quando descrive la confusione del settore di fronte al fenomeno innescato dal suo personaggio: i reporter, soliti vendere non fatti ma distorsioni della realtà, faticano a capire subito il potenziale di una storia vera come quella di Leonard Zelig, che è fuori dall’ordinario e che interessa tutti. Resa di dominio pubblico la vicenda dell’uomo e spolpata nelle sue componenti essenziali, si passa in seconda battuta a modificarla, esagerarla, a renderla ancor più paradossale di quella che è. Zelig diventa così una bestia da zoo, un freak da circo, un caso clinico per i luminari della scienza, il soggetto per un film o una canzone, e alla fine, letteralmente, un bambolotto per i più piccoli.

Dall’altro lato della barricata, la personalità del protagonista ci viene presentata tanto nella sua complessità quanto nella sua insulsaggine: Zelig vuole piacere al prossimo al punto da essere tutti e nessuno nello stesso istante. Una personalità multipla, esponenziale, che agisce al pari di un qualsivoglia politico, un attore, un truffatore. Momento chiave è la conferenza dove viene chiesto a Zelig quale consiglio si senta di dare ai giovani. La risposta è spiazzante: essere se stessi. L’esatto contrario di quello che è lui, un ambiguo essere le cui tre coordinate di vita sono il camaleontismo, gli spostamenti costanti e uno spirito di sopravvivenza tale per cui si rende necessario sempre, di contesto in contesto, fare ogni cosa per piacere al prossimo. Il mimetismo e l’adattamento sono altre due caratteristiche indissolubili dalla sua figura. Pertanto, cosa può significare essere se stessi quando si ricorre a qualsiasi espediente per essere qualcun altro? E se la tattica di Zelig fosse quella giusta, quella che la specie umana utilizza da sempre per progredire?

L’equilibrio raggiunto da Woody Allen tra la serietà dei temi esposti e la forma respingente di uno pseudo-cinegiornale d’antan spalmato per ottanta minuti porta alla considerazione che il progetto, a differenza del suo personaggio, non nasca per piacere. Finisce per farlo. Col senno di poi, Zelig è senz’ombra di dubbio anche il film più sperimentale tra quelli realizzati dall’autore. Probabilmente il più geniale e, proprio in virtù di un racconto replicabile (con variazioni) all’infinito nel tempo, il più immortale. È il mockumentary che si fa arte.

Simone Tarditi