1923: la lotta, la sopravvivenza, l’avventura

1923: la lotta, la sopravvivenza, l’avventura

June 2, 2023 0 By Simone Tarditi

Da 1923 era lecito aspettarsi un progetto lineare, sulla scia del racconto epico sulla stirpe dei Dutton che Taylor Sheridan sta portando avanti da anni, eppure a risultare d’impatto è stata la volontà di tripartire il racconto e di non focalizzarsi unicamente su una singola linea narrativa principale. Abbiamo un’anziana coppia (Helen Mirren e Harrison Ford) che combatte con ogni mezzo per salvare i propri appezzamenti di terra dall’iniziativa di un imprenditore senza scrupoli, due giovani sposini che dall’Africa provano a raggiungere gli USA per dare aiuto alla famiglia di lui, infine una nativa americana, strappata dalla famiglia d’origine per essere convertita al cattolicesimo, che fugge e si mette in marcia per tornare con la sua tribù. Tre vicende radicalmente diverse che per tutta questa prima stagione (per i cliffhanger dell’ultima puntata sarebbe stato insensato non farne una seconda) non si sfiorano se non da lontano, lontanissimo. Ciò non priva i personaggi dall’avere un comun denominatore: l’obiettivo di preservare la propria identità che è, in primis, geografica.

Senza che le tre storie di 1923 s’intreccino mai veramente – non ancora, almeno – il suo impianto è di una coerenza di un’armonia che sullo schermo vale forse più che sulla carta. È abbastanza evidente fin da subito quanto ambizioso pretenda di essere 1923: se il pubblico era alla sola ricerca di un’epopea West si è trovato a vedere molto di più. Il western ha qui tutti i suoi crismi e il rispetto del genere Sheridan lo assicura in ogni episodio, tuttavia è un valore aggiunto alla serie il fatto che vi sia una contaminazione anche con un altro genere / sottogenere, quello più propriamente dell’avventura esotica di contesto africano. Con le peripezie e le sciagure che vedono per protagonisti due innamorati alquanto irrequieti si viene trascinati in una sequela di viaggi non solo ai confini del mondo, ma della sopravvivenza stessa.

Tra squali e bestie feroci, l’animale più pericoloso resta comunque l’Uomo ed è questo uno dei concetti principali veicolati dalla serie. La lotta per il dominio non ha regole e non c’è un singolo istante in cui 1923 non ribadisca ciò. La cosiddetta civilizzazione si fonda sul sopruso, sull’inganno, sulla sottomissione, sulla vittoria ai danni del prossimo, pertanto il più grande nemico dell’essere umano non è il tempo, non è la natura inospitale e non è neanche un dio a cui si voltano le spalle (anzi, a conti fatti uno dei grandi perni su cui 1923 si regge è l’ateismo come unica soluzione per raggiungere una serenità interiore). No, il più grande nemico dell’essere umano è un altro essere umano, non importa se un parente, uno sconosciuto o un vicino di casa. Il lungo percorso di difesa e di ritorno alla propria terra è per i personaggi soprattutto un’epifania di chi si è e di chi si vuole essere, qualcosa che nasce, cresce e si sviluppa dall’interno dello spirito e si propaga all’esterno scontrandosi con chiunque / qualunque evento si frapponga in mezzo. Se infatti 1923 insegna una lezione è che non esistono individui fatti e finiti, sempre uguali, ma che l’identità è tanto un costrutto mentale quanto una reazione a quel che accade fuori da sé.

Simone Tarditi
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