Appunti sparsi su May December di Todd Haynes

Appunti sparsi su May December di Todd Haynes

December 18, 2023 0 By Simone Tarditi

May December è la riprova di quanto Todd Haynes sia da sempre un regista imprevedibile. Osservando la sua filmografia, si potrà notare come egli non abbia mai fatto un film uguale al precedente e di come cerchi di rinnovarsi volta per volta compiendo anche dei salti nel vuoto, come in questo caso. Un bisogno, il suo, di compiere una rigenerazione spesso più estetica che tematica. Il dittico sull’America degli Anni Cinquanta (Lontano dal Paradiso e Carol) è pressoché lo stesso racconto di infelicità personali, crisi dei sentimenti e problematiche d’integrazione, ma a far la differenza sono le scelte in materia di messinscena: da un lato ambientazioni e tinte da Technicolor (in linea col cinema dell’epoca), dall’altro una ricerca di realismo sconcertantemente accurato. Ci sono poi il legal thriller realizzato seguendo tutti i paradigmi del genere (Cattive acque), il film di formazione che contiene anche aspetti favolistici (La stanza delle meraviglie), la gestione di un prodotto televisivo in più parti (Mildred Pierce) la cui attenzione è pari a quella per un film vero e proprio (in tempi – era il 2011 – ancora distanti dal dominio delle piattaforme). O, ancora, l’attrazione per il mondo della musica: dallo pseudo-biopic Io non sono qui, incentrato sulla figura Bob Dylan (a cui danno volto e anima più attori), al documentario più classicamente inteso (The Velvet Underground). Insomma, solo a guardare l’ultimo ventennio della filmografia di Haynes si è di fronte a un regista che fa della versatilità una delle sue caratteristiche principali. A ciò va aggiunto un dato: ognuno di questi progetti è stato curato dal direttore della fotografia Ed Lachman, il quale è meritevole di altrettanti elogi (se non di più). Un film targato Haynes-Lachman è da tanti anni sinonimo di qualità.

Se May December accerta ancora una volta la capacità di Haynes di spaziare tra narrazioni tanto diverse, purtroppo rappresenta anche il suo film più debole, perlomeno sul piano delle immagini. Piano che nel suo cinema, però, si è sempre riversato con una tale aderenza da costituire un tutt’uno con la vicenda raccontata. Viene quindi facile individuare il problema principale nell’assenza (giustificata) di Lachman che, rottosi l’anca, ha dovuto rinunciare all’incarico. May December è il primo film che non girano insieme in più di venti anni. E si sente. La fotografia di Christopher Blauvelt è troppo anonima, troppo uguale ad altre produzioni Netflix (che distribuisce il film), con quei colori opacheggianti che paiono un filtro di Instagram. Sarà stata una scelta ponderata fin dall’inizio oppure un compromesso dovuto alla presenza di Blauvelt?

Fortemente voluto da Natalie Portman, una delle due protagoniste nonché produttrice, e proposto a Haynes, May December è un film nel film. La trama ruota attorno a Elizabeth (Portman), un’attrice che per interpretare il ruolo di una donna realmente esistita (Gracie, interpretata da Julianne Moore) trascorre con lei alcuni giorni, intervistandola e conoscendola da vicino. Gracie era salita alle cronache molto tempo prima per aver iniziato una relazione con un adolescente dal quale aveva avuto poi anche dei figli. I media avevano sguazzato in questo caso giudiziario, dipingendola come una mostruosa predatrice. May December, ispirato a una vicenda ben nota negli USA, si sofferma soprattutto sul mestiere di chi spolpa il vissuto del prossimo per trarne un lavoro. Forse non altrettanto mostruosa, anche Elizabeth mostra dei lati spaventosi quando imita la voce e le espressioni facciali di Gracie, quando percorre gli stessi luoghi immaginando come il corpo di lei si è mosso in quegli spazi, infine quando arriva a compromettere l’equilibrio famigliare di chi la sta ospitando, cercando di accoglierla sotto lo stesso tetto quasi come un’amica. In May December c’è una giusta condanna morale nei riguardi di Elizabeth, ma non è l’unica a venir ritratta con dei problemi. Anche se, comunque, il film comunica un messaggio chiaro: l’unico sdoppiamento a essere socialmente accettato è quello di chi recita dicendo di stare recitando, ossia all’interno del perimetro di un palcoscenico o di una scenografia. Per tutti coloro che invece pensano di potersela cavare nella realtà, non c’è mai un’assoluzione: solo le stimmate degli errori commessi.

Simone Tarditi