Berlinale74: appunti sparsi su Les Gens d’à côté

Berlinale74: appunti sparsi su Les Gens d’à côté

February 20, 2024 0 By Simone Tarditi

Alla 74esima Berlinale è stato presentato Les Gens d’à côté, il nuovo film di André Téchiné, che esce in un momento fortunato avendo nel cast l’attrice Hafsia Herzi, protagonista di Le Ravissement, uno dei film di punta della scorsa stagione festivaliera (l’attrice è stata anche premiata all’ultima edizione del Torino Film Festival). Les Gens d’à côté non avrà eguale fortuna, tanto vale metterlo in chiaro subito. Herzi farà da traino, ma non basterà.

La trama vede una poliziotta, Lucie (Isabelle Huppert), stringere un’insolita amicizia, avviata più per solitudine che, almeno inizialmente, per reale interesse, con i nuovi vicini di casa (due giovani genitori e la loro figlia). Il credo politico della coppia (soprattutto dell’uomo: un facinoroso da corteo, con tanto di carichi pendenti) si scontra con la deontologia professionale di Lucie, ma si tratta di un conflitto interiore che porta avanti da sola poiché non rivela subito la sua identità lavorativa. Fino a qui, nessun grosso problema. Il soggetto infatti avrebbe anche potuto offrire spunti interessanti. I guai in cui finisce Les Gens d’à côté sono altri e vanno riassunti. Il primo è la puerilità con cui è stata scritta la sceneggiatura, infarcita di cliché e snodi narrativi così banale da fare concorrenza a una soap opera RAI, forse anche a quelle della Televisione francese. C’è poi la questione registica, con un Téchiné ai limiti dell’irriconoscibile: poche idee e tutte gestite maldestramente. Non c’è un’inquadratura in Les Gens d’à côté che valga qualcosa. Dispiace scriverlo, ma è così. Giusto l’incipit ha un non so che di particolare: una manifestazione delle forze dell’ordine, in protesta per le condizioni sempre più difficili in cui sono costrette a operare. Tra fantocci impiccati e sagome di cartone raffiguranti bare, da questa sequenza iniziale emerge un senso di sfiducia non nei confronti del mestiere in sé (che presuppone devozione), ma verso le istituzioni che non si prendono cura della salute psicofisica di quegli individui mossi come carne da macello ogni qual volta si renda necessario difendere lo Stato. L’analogia con la situazione oltralpe è immediata: se in un film italiano si assistesse a immagini simili, si riconoscerebbe una questione ben nota.

Con tutto il rispetto di questo mondo, anche Isabelle Huppert non convince. Non tanto lei in senso stretto, quanto il ruolo che interpreta. È chiaramente chiamata a una parte non consona alla sua età (settant’anni tondi), nonostante i tentativi di ringiovanirla con l’uso di un abbigliamento (le tute da ginnastica, nello specifico) che stona con ciò che le è richiesto: correre, a fatica. Per un personaggio come quello di Lucie sarebbe stato meglio impiegare un’attrice di almeno quindici anni in meno. Non si tratta di ageismo. Questa è una considerazione strutturale legata Les Gens d’à côté, che avrebbe avuto bisogno di un’altra persona per trascinare la storia. Anche perché, come si è detto, l’altra presenza, Hafsia Herzi, è troppo di contorno per dare forza al film.

Simone Tarditi