Appunti sparsi su American Fiction

Appunti sparsi su American Fiction

March 15, 2024 0 By Simone Tarditi

American Fiction è stata la mosca bianca degli Oscar 2024. O, come va di moda dire adesso: dell’edizione Venti-Ventiquattro. Moda del cazzo, chiusa parentesi. Una vittoria, quella per la Miglior sceneggiatura non originale a Cord Jefferson, che è servita a interrompere la striscia di premi che Oppenheimer e Povere creature! stavano portando a casa. Un respiro nella ridda di bombe atomiche e crociate pseudo-femministe verso il babau del patriarcato. Una sorpresa nella notte dove tutto è andato come si sapeva che sarebbe andato e che, assieme alla meritata statuetta a Da’Vine Joy Randolph per The Holdovers, ha costituito l’unico momento in cui il copione ha offerto un plot twist agli spettatori (c’è veramente chi, superati i 25 anni, passa la notte sveglio per seguire il carosello degli Oscar?) e al contempo ha garantito la quota black.

Eppure, American Fiction trae linfa vitale proprio da quel marasma di programmaticità e slogan del cinema mainstream odierno. Venduto come un attacco frontale al politicamente corretto, il film di Jefferson sa effettuare una ricognizione attorno a un campionario umano che segue alla lettera i dettami che arrivano dall’alto senza sforzarsi di analizzare le singole situazioni e capire se le soluzioni proposte/imposte facciano davvero bene per la comunità. Quella di American Fiction è una società che s’incammina sulla via della lobotomizzazione di massa; una società dove più ci si comporta da stupidi, più si diventa ricchi; una società che, come la madre del protagonista colpita da Alzheimer, vive senza memoria; una società che pensa che il progresso significhi fare a meno della propria storia.

L’incipit mette a fuoco l’assurdità del presente, filtrandolo attraverso lo sguardo del protagonista: il professore-scrittore Thelonious “Monk” Ellison (l’attore Jeffrey Wright) ha un botta e risposta con una sua allieva, ferita dall’uso che il docente fa della parola “nigger”, che decide su due piedi di abbandonare il corso, nonché di segnalare la cosa alla dirigenza scolastica. Per chi non avesse visto American Fiction, è opportuno specificare che Ellison è nero, la giovane è bianca. Se non si sente offeso lui, perché dovrebbe esserlo lei? Questo è ciò che pensa l’uomo, che finisce per scontrarsi – immaginiamo non sia la prima volta – con un mondo, ai suoi occhi di adulto e letterato, completamente impazzito, popolato da gente che ha deciso di disconnettere il cervello per non dovergli far eseguire la funzione per cui esiste: ragionare. Questo episodio è fondamentale per fare una riflessione che va al di fuori dell’argomento “film”: le nuove generazioni (e un po’, ormai, anche quelle vecchie) fanno difficoltà a contestualizzare dichiarazioni, personaggi e avvenimenti all’interno dell’epoca in cui si sono originati. È un problema di prospettiva storica, che ha portato al fenomeno della cancel culture, ossia alla barbarie iconoclasta mascherata da giustizia. Contestare il passato e l’utilizzo di certi termini è sacrosanto, ma solo se è la tappa di un processo di elaborazione più vasto, quindi più complesso. Scandalizzarsi per una parola – che in American Fiction viene usata in maniera volutamente provocatoria – non dovrebbe costituire l’anticamera di un trauma, soprattutto se si capisse che il suo pericolo è nell’uso che ne si fa, non nella sua pronuncia. A proposito, ma vi ricordate quando nel 2022 a Belve, prima di entrare in un ginepraio lessicale dal quale è impossibile uscire illesi (specie di fronte ai giusti interrogativi posti da Francesca Fagnani), Donatella Rettore disse che «il politicamente corretto è una cosa perversa e anche un po’ oscurantista».

Simone Tarditi