Molti dubbi riguardo a Freud’s Last Session

Molti dubbi riguardo a Freud’s Last Session

April 5, 2024 0 By Simone Tarditi

La scure della woke culture su tutti e a tutti i costi si è abbattuta, immancabilmente, anche su Sigmund Freud, uno dei pensatori più illuminati del Novecento, una figura che ha scardinato per sempre il rapporto tra l’individuo e se stesso, tra se stesso e il prossimo. Quello di Freud’s Last Session è un caso disperato. Se non fosse per la presenza di Anthony Hopkins nei panni del fondatore della Psicoanalisi, saremmo di fronte a un film scritto in maniera così semplicistica da fare paura ancor più che ridere: infatti, le teorie sulla psiche umana non sono solo ridotte a un bignami spesso quanto un bugiardino, ma esse vengono utilizzate come mero pretesto narrativo per impalare Freud, il quale viene accusato di essere stato un padre tremendo oltre che, alla fine della sua esistenza, un vecchio rincoglionito alcolizzato. La follia.

Per carità, Freud, come tutto il mondo dell’epoca (e per tutto s’intendano nobili, borghesi, proletari, uomini di scienza, subumani, e via dicendo), prendeva per buone delle usanze che oggi è giusto mettere in discussione, ma che colpa può avere una persona nata, cresciuta e morta in una società lontana anni luce da noi? Evidentemente qualcuna sì. Concentrandoci un attimo sull’ultima sezione del film, assistiamo a una dissacrazione impietosa: Freud viene dipinto come un uomo incoerente e ipocrita, che per decenni ha studiato la sessualità in ogni sua forma e che fatica ad accettare il lesbismo di Anna, la figlia prediletta per cui ha un attaccamento morboso, forse persino adombrato dal pensiero di un incesto che per fortuna di tutti rimane materia inenarrata. Presupponendo che sia stato così, perché allora impostare tutto il film come un mini Kammerspiel (magari!) con protagonisti Sigmund e lo scrittore C. S. Lewis e, solo ai margini, raccontare il dramma interiore di Anna? Forse perché è commercialmente più vendibile un prodotto che, osservato nel suo involucro, sembra un biopic sul padre della Psicoanalisi? Qui il problema principale di Freud’s Last Session: quest’ultima pseudo-seduta psicoanalitica a cui il titolo fa riferimento è raccontata in modo così banale da risultare un insulto all’intelligenza dello spettatore, mentre sarebbe stato molto più interessante assistere alle pene esperite da Anna. Quindi sì, sarebbe stato più utile un biopic su di lei, non su suo padre che, proprio in quanto padre, viene usato dal film come emblema di una società patriarcale, cioè sbagliata e dannosa a prescindere; una società da combattere e di cui abbattere i monumenti. Da qui la scelta di Freud’s Last Session di imbrattare l’effigie di un genio che ha avuto la colpa di avere traghettato l’umanità verso una maggiore (e non necessariamente migliore) consapevolezza di sé. La cosa buffa è che per “uccidere” Freud quale simbolo del patriarcato, il film lo sfrutta, proteggendosi dietro la sua ingombrante figura. Un’ipocrisia che tuttavia non stupisce. Lo script è infatti basato su cliché, una sorta di best of delle teorie freudiane talvolta utilizzate come pretesto per sottolineare quanto Sigmund sia una contraddizione vivente: ma non è stato proprio lui a dire quanto questa sia la condizione di ogni essere umano? I realizzatori avranno capito che la loro operazione finisce col rivoltarglisi contro? Molti dubbi.

Simone Tarditi