Le donne fragili e cazzute di Panic Room e Gone Girl

Le donne fragili e cazzute di Panic Room e Gone Girl

April 26, 2024 0 By Simone Tarditi

Panic Room e Gone Girl sono due film di David Fincher nei quali emergono figure femminili indomabili e che si ergono al di sopra di dinamiche che potremmo definire “patriarcali”. Tutto vero. E non c’entra l’ancora lontano #MeToo. Ciò avviene anche altrove, si pensi per esempio al primo capitolo di Millenium, la cui trilogia è stato un progetto tristemente abortito, ma è in questi due titoli che con maggiore attenzione si affida a delle donne l’incarico di portare avanti e rendere credibile una narrazione che dello scontro tra il loro universo e quello degli uomini fa il suo argomento principale.

Non è un mistero che nella cinematografia del regista di Denver (sempre sia lodato) si assista a una polarizzazione dei generi sessuali rappresentati. Per capirlo basta compiere una parziale ricognizione lungo la sua trentennale carriera. Film come Seven o Zodiac hanno per protagonisti uomini, mentre le donne sono solo di contorno (mogli vittime e mogli trascurate, a voler stringere il cerchio), per non parlare di The Social Network, fortemente machista pur parlando di nerd e secchioni, o di The Killer, i cui personaggi femminili sono ridotti a una manciata di minuti senza particolare gloria: una escort (uccisa per errore), una segreteria (uccisa per necessità), una moglie (pestata da terzi, poi salvata e di nuovo protetta), un’assassina su commissione (uccisa per vendetta). In tal senso Mank, forse il film più sui generis della carriera di Fincher (assieme a Il curioso caso di Benjamin Button), è una specie di caleidoscopio: attorno allo sceneggiatore protagonista ruota un nucleo di donne che, non per minutaggio ma per importanza, svolgono una funzione altrettanto centrale, indispensabile.

Come si è detto, è in Panic Room e Gone Girl che si assiste a personaggi femminili superiori in tutto agli uomini. Va detto che i film sono rispettivamente del 2002 e del 2014, un fatto di non poco conto perché c’informa quanto a Fincher sia interessato avere per protagoniste delle donne anche a distanza di oltre un decennio, stando quindi a indicare che non si sia trattata di una “passione” passeggera, iniziata forse addirittura nel 1992 con Alien 3, suo esordio al lungometraggio. Inoltre, va sottolineato un aspetto: con Gone Girl Fincher porta sullo schermo un personaggio che, nonostante le molte zone d’ombra, è un monumento al genere femminile, in anticipo di tre / quattro anni rispetto agli sconvolgimenti (tanto nel cinema quanto nel campo seriale) seguiti al movimento #MeToo. Con questo, non si voglia intendere che Fincher abbia previsto il futuro, ma che le riflessioni sviluppate in Gone Girl contengono una purezza di intenti scevra da qualsiasi ingerenza e influenza esterna. Anzi, a dirla tutta, il film è un grande sabotaggio di un certo femminismo che fa più da paravento che da reale motore per il cambiamento. Anche in questo sta la potenza di Gone Girl, benché, essendo scomoda, questa lettura raramente venga rimarcata. Ci troviamo infatti in un momento storico nel quale ogni battaglia dev’essere semplificata e ogni pensiero uniformato.

Nell’esporre a una gogna pubblica il marito infedele (un coglionazzo, fallito e mantenuto, interpretato da Ben Affleck), la scrittrice Amy Elliott-Dunne (Rosamund Pike) escogita una punizione che va al di là della difesa dei propri sentimenti feriti, diventando materia narrativa per se stessa, celebrando le sue invisibili gesta per un’unica lettrice-spettatrice: lei medesima. E non solo sarà così astuta da mettere in scacco persino le forze di polizia, ma riuscirà a castrare (metaforicamente) il suo uomo senza fare cadere su di sé nemmeno una colpa.

La Amy di Gone Girl agisce da sola e poco può contare sulla solidarietà (fatta eccezione per il circo mediatico che si sviluppa dopo la sua sparizione), mentre le protagoniste di Panic Room fanno della solidarietà l’una verso l’altra lo strumento per cavarsi fuori da una situazione problematica. Meg Altman (Jodie Foster) e sua figlia Sarah (Kristen Stewart) riposano tranquillamente nella nuova abitazione a Manhattan quando, nel cuore della notte, tre ladri s’intrufolano alla ricerca di un bottino nascosto, spingendo quindi le due a ingegnarsi per lottare e salvarsi. In Panic Room è l’istinto alla sopravvivenza a determinare le reazioni di Meg e Sarah, nonostante entrambe abbiano la loro dose di problemi individuali: claustrofobia (la madre), paura del buio e diabete (la figlia). Considerato, giustamente o meno, come un Fincher minore, il film si fa apprezzare per come tratteggia la psicologia femminile e quella maschile, svelando quanto esse siano antitetiche. Anche qui vale un po’ la regola di Gone Girl: ritrarre le donne come figure decisamente più in gamba degli uomini, ma è la narrazione a richiedere ciò, non le politiche d’uguaglianza che, seppur chiaramente giuste nel mondo reale, hanno corrotto il cinema d’oggi. Meg e Sarah se la cavano grazie all’intesa e all’unione, ossia grazie al lavoro di squadra. Mentre i tre uomini (criminali, ricordiamolo) vanno incontro al fallimento poiché sono in disaccordo su come arginare il caos che hanno creato.

Simone Tarditi
Latest posts by Simone Tarditi (see all)