L’America di Killing Them Softly

L’America di Killing Them Softly

May 24, 2024 0 By Simone Tarditi

Dodici anni sono passati dall’uscita di Killing Them Softly, dodici anni durante i quali l’America ha mostrato di essere ancora peggio di quello che già era. Dodici anni nei quali si sono susseguiti tre Presidenti diversi – Obama parte II (2012), Trump (2016), Biden (2020) – più lo spettro del quarto alla fine del 2024: forse di nuovo Trump, rientrato prepotentemente in scena nonostante i molti reati di cui è accusato, o forse ancora Biden, con quel poco che resta del suo corpo e della mente. Sono anche dodici anni dalla première in pompa magna a Cannes, che poco o nulla è servita per evitare al film la sorte che gli è capitata: un mezzo flop al botteghino, benché si trattasse di una delle pellicole crime più stimolanti uscite dalle fucine hollywoodiane nell’arco degli ultimi decenni. Andrew Dominik, il regista di Killing Them Softly che qualcuno di voi ricorderà aver visto sul patibolo nel 2022 quando è uscito Blonde, è uno di quegli uomini di cinema che avrebbe goduto di maggiore gloria se avesse operato in un’altra epoca, mentre oggi deve boccheggiare per sopravvivere.

Lo scarso successo commerciale e l’assente riconoscimento da parte del pubblico pongono Killing Them Softly in linea con lo sfortunato biopic su Jesse James uscito nel 2007 e il massacrato film su Marilyn Monroe a cui si accennava qualche riga fa. Il dato economico circa Killing Them Softly è necessario dal momento che la trama è incentrata sul denaro (un sicario, interpretato da Brad Pitt, viene ingaggiato per ristabilire l’ordine in seguito alla rapina di una casa da gioco): i dati di Box Office Mojo parlano di 37 milioni di dollari incassati globalmente, a fronte di un budget di 15. Considerato che per promuovere debitamente un film va considerata una spesa analoga ai costi di produzione, Killing Them Softly ha recuperato poco più dei soldi investiti: quasi un’operazione di riciclaggio di denaro, giusto per rimanere nei meandri della narrazione.

Quello di Killing Them Softly è un mondo in cui i soldi sono tutto. Non si vive che per altro. Denaro sporco, fatto di banconote lerce. Denaro fatto spacciando, uccidendo, rubando. La prospettiva di un lavoro normale non è contemplata dai protagonisti, tra l’altro tutti maschili: tossici, spacciatori, killer, ricettatori, biscazzieri, ex detenuti. Dei bravi ragazzi, nulla da eccepire. L’unico personaggio femminile è quello di una prostituta, il che ci dà un’idea di come anche quell’universo, nell’ottica generale del film, non si salvi. Ed è un mondo, quello americano (tanto più se sull’orlo di un collasso finanziario, come nel 2008), che si regge sul sistema delle mance. La mancia è un’offerta del privato cittadino a fronte di un servizio ricevuto, a patto che sia stato apprezzato. La donazione non arriva quindi dall’alto, ma dal basso. E non è una promessa, è un fatto, piccolo o grande che sia.

A inglobare la fitta rete degli scambi di denaro c’è il cerchio della politica, che in Killing Them Softly è sempre tenuta sullo sfondo, ma sempre presente. Le voci di McCain, Obama e compagnia bella si propagano attraverso le radio e i televisori, i loro volti campeggiano sui manifesti elettorali incrostati di sporcizia. Le parole che pronunciano sono vuote, prive di concretezza. E sono anche parole al vento perché chi è costretto ad arrabattarsi per vivere non può perdere tempo ad ascoltarle. La politica è fatta di false promesse per farsi eleggere, fine. I leader campano di ipocrisia, di menzogne, portano avanti programmi che sono menzogne. Da qui, la perdita di fiducia che i protagonisti di Killing Them Softly hanno nei confronti delle istituzioni. La gente che vive dell’arte di arrangiarsi ha smesso di bersi le bugie dei potenti. Questa è l’America ritratta da Andrew Dominik. Senza filtri.

Simone Tarditi