Blonde, un destino segnato

Blonde, un destino segnato

July 9, 2024 0 By Simone Tarditi

La prima sezione di Blonde è ambientata nella Los Angeles del 1933: Norma Jeane non è ancora Marilyn Monroe, bensì una bambina che cresce piena di storture assieme a una madre depressa, psichicamente instabile e senza le capacità necessarie per essere un genitore affidabile. Perlomeno all’interno della cornice del film, poco importa il contesto socio-economico entro cui si svolge la vita di queste due donne: l’America della crisi del 1929. Poco importa perché, nonostante una casa povera di tutto, Gladys fa vivere sua figlia in una dimensione distaccata dal presente, senza prospettive per il futuro, e unicamente ripiegata verso un passato mai esperito fino in fondo: quello di un’unione famigliare. Il trauma di un’esistenza a metà, impossibile da sistemare, è materialmente mostrato dal regista Andrew Dominik con la fotografia rovinata del padre di Norma Jeane: lei non l’ha mai conosciuto, lui non l’ha mai riconosciuta come figlia. Da solo, lo scatto non è sufficiente a illustrare il disagio che quell’immagine rappresenta. Si presti attenzione alla crepa sul muro: è lo specchio della frattura interiore di Gladys e Norma. Uno spacco insanabile che porterà presto l’una in manicomio e l’altra, alla lunga, verso un orizzonte dove la gloria non colmerà mai l’assenza di un padre e una madre su cui contare.

Nel film Blonde la prospettiva di un destino segnato è già all’interno del suo capitolo iniziale. Joyce Carol Oates, autrice del romanzo da cui Dominik ha tratto il suo lungometraggio, non ha limiti di spazio o di budget e può quindi dilungarsi a descrivere la terribile infanzia della futura attrice. Al regista invece devono bastare pochi momenti essenziali per rivelare quanto la follia di Gladys metta a rischio la salute fisica e mentale della piccola Norma Jeane: la corsa in auto verso le colline in fiamme e il bagno purificatore nell’acqua bollente. Nel non fare sconti sulla natura autodistruttiva della madre, Dominik illustra come il suo desiderio di distruggere se stessa viaggi di pari passo con la voglia – addirittura forse anche maggiore – di annientare Norma Jeane, accusata di essere il motivo per cui l’uomo le ha abbandonate invece che proteggerle.

Altrettanto inquietante, ma gestita con tutt’altri toni, è la scena in cui Gladys e Norma Jeane festeggiano il compleanno di quest’ultima. Dove e con chi? A casa, da sole, ovviamente. Non ci si faccia distrarre dalla torta con le candeline e neanche da quella madre che beve alcolici e fuma sigarette davanti alla figlia. Si presti attenzione a un dettaglio presente sulla parete di fianco: un calendario con al centro un disegno eseguito da qualche professionista, commissionato dalla Consolidated Film Industries, Inc., un laboratorio cinematografico hollywoodiano. È raffigurata una sorridente donna in ginocchio che nasconde il corpo nudo tenendo tra le mani un brandello di pellicola. A mo’ di sequenza di fotogrammi, sulla pellicola è disegnata un’altra donna con di fianco un uomo che le bacia il collo. Sta venendo molestata? È il preludio a uno stupro? Oppure quel rapporto è qualcosa che lei ha voluto, seducendo l’uomo? Impossibile da determinare. Dominik gioca su questa ambiguità, basti pensare al prosieguo di Blonde, a come Marilyn diventi preda di una serie di uomini (produttori, amici, mariti, amanti) perché, bisognosa delle attenzioni non ricevute quand’era piccola, continua peregrinamente a cercare l’affetto di surrogati paterni che invece la sfruttano. Per non parlare del fatto che di calendari ne farà anche lei, senza veli.

Pertanto, alla luce di ciò, è abbastanza sconvolgente la messinscena del compleanno di Norma Jeane – tra l’altro semplicissima sul piano tecnico, a differenza dei virtuosismi registici e delle scelte “artistiche” di cui Blonde è infarcito – perché, con l’ausilio di un paio di inquadrature, Dominik predice quel che succederà: mentre Gladys si serve da bere, Norma Jeane non guarda nella direzione di lei, ma del calendario, orientando l’adulta versione di sé in quell’orizzonte professionale. È proprio qui che si prefigura sottilmente, quasi in maniera invisibile, l’avvenire della protagonista.

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Simone Tarditi
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