La storia attorno la scrittura e creazione di un horror, quando le idee sono ben innestate e intelligenti (ma non vuol dire che un horror per essere bello deve essere anche intelligente, comunque) prevede l’utilizzo dello stilema orrorifico per riassumere una paura del nostro quotidiano. Rappresentare angosce, paure, pregiudizi e timori di qualunque natura essi siano, per poi avviluppare una storia. Se poi ci sono mostri, sangue e affini, anche meglio.
Alieni, spettri, zombie, virus e quant’altro hanno sempre un unico obiettivo: prendere la forma di queste paure e attanagliare i poveri malcapitati che dovranno sopravvivere lottando con le unghie e con i denti.
Megan ha alla base un concetto semplice, sfruttato ovunque e in tanti altri generi cinematografici, declinati però a una parentesi totalmente horror, quello della bambola impazzita, che uccide le persone quando nessuno volge lo sguardo su di essa. Ma perché succede questo? Non lo sappiamo, o almeno, la puntellata parentesi sulla creazione di questa bambola-robot non basta per far divertire anche lo spettatore più annoiato.
E pensare che basta davvero così poco: in Chucky, il killer recita un rito voodoo per trasferire la sua anima in una bambola o anche in uno scanzonatissimo Dal Tramonto all’Alba, sono proprio gli ultimi cinque secondi di film a svelare l’arcano della possessione demoniaca di quel bar, giustificando dunque la presenza di tutte quelle creature, la diretta follia sanguinaria e vampiri.
In Megan no e la cosa peggiore è che lo stesso film tenta degli approcci sociali pessimi proprio per via della mancanza di una struttura forte e adeguata allo scopo. Proporre linguaggi sociali e universali verso il saggio utilizzo della tecnologia da parte dei giovanissimi, della dipendenza umana da ogni forma di macchina, e anzi, lo sparring partner finale con una sequenza di scazzottata tra i due robot doveva cominciare a dare qualche delucidazione sul fatto che Megan non fosse un film da prendere sul serio, però sembra davvero assurdo che anche l’horror non abbiamo nulla di più da raccontare.
Si intravede in modo cristallino il tocco di James Wan, oggi re Mida dell’horror assieme a Jasom Blum, qui entrambe le figure inserite come produttori. Una storia apparentemente semplice e la costruzione di un mondo di eventi attorno le possibilità della stranezza di turno, che sia una notte dove l’omicidio diventa legale, o anche della classica intelligenza artificiale che impazzisce e decide di uccidere gli umani.
Ma perché Megan uccide? Perché fa balletti inquietanti? Perché uccide cani e strappa un orecchio ad un bambino? Nessuna spiegazione, eppure basterebbe così poco a rendere un film interessante.
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