Trap il film recensione

Superare i limiti con Trap

Il materiale promozionale aveva venduto Trap come un nuovo tipo di esperienza per il cinema di M. Night Shyamalan. E così è stato, o almeno, se abbandoniamo la falsa convinzione per cui Shyamalan sia l’uomo dei twist narrativi, è facile addomesticare Trap come un esercizio di stile sicuramente inedito nel suo panorama. Più vicino a Hitchcock che Spielberg.

Dunque troviamo Cooper (uno stratosferico Josh Hartnett) padre amorevole che porta la figlia ad assistere al concerto di Lady Raven, un ibrido artistico non troppo nascosto tra Lady Gaga e Taylor Swift. Cooper per la figlia fa di tutto, le prende i posti migliori e cerca anche di farla salire sul palco, così che le amiche invidiose, quelle che hanno i posti peggiori, possano morire d’invidia.

C’è un problema però. Il palazzetto dove si tiene l’evento è pieno di forze dell’ordine. Poi arriva l’FBI. Poi arriva una nota profiler famosa per aver catturato i più feroci serial killer. Viene a sapere che il concerto è una trappola, giacché lì è presente un serial killer. Il Macellaio. Il serial killer in realtà è Cooper stesso, che ora è in trappola e ha il tempo di un concerto per trovare il modo di scappare da lì.

Nella grande distinzione tra personaggi positivi e negativi, tra eroi e nemici, il Cinema – come anche le serie tv – hanno giocato le loro migliori carte. Più che creare il prodotto d’intrattenimento, si crea il filo di interesse e passione per quello o l’altro personaggio. Sappiamo e percepiamo benissimo che Walter White in Breaking Bad sia nel torto, eppure non riusciamo a non fare il tifo per lui, perché il racconto ci ha aperto le porte innumerevoli volte allo sviluppo del personaggio.

In Trap, Shyamalan tenta una strada di lettura particolare per quanto riguarda il concetto secco di anti-eroe, dividendo il racconto in due parti distinte, tagliando il film in due: la prima parte è il concerto, dove il protagonista è Cooper che deve fuggire, la seconda parte è – idealmente – vista dagli occhi di Lady Raven, protagonista inaspettata di una serie di twist (a tratti artificiosi, ma è il compromesso per il cinema di Shyamalan, avere fede nel modo in cui il destino incastra gli eventi) che la porteranno ad essere più di una protagonista, a identificarsi per come la vedono le sue giovanissime fan: un’eroina.

Dove finite la popstar e inizia l’eroina è tutto nella testa della stessa ragazza che fa di tutto pur di rappresentare quell’idea che il mondo ha di lei. Lady Raven contro il Macellaio, una sequenza di scene assolutamente fuori di testa per confezionare un film che appena fuori dal palazzetto del concerto, corre come un matto senza controllo, si allontana dai tic e dalle crisi del serial killer, che sente di avere una morsa stretta attorno al collo.

Trap in tal senso è ben sopra la semplice definizione di film dove un serial killer è in trappola, per diventare un gioco di specchi, un gioco dello stesso regista che cambia continuamente punto di vista, sottolineando quanto oggi viviamo la nostra identità in parallelo all’immagine che vogliamo dare da fuori. Cooper ha bisogno di credere di essere un ottimo padre, e fa di tutto per esserlo e di fatto lo è, ma è una facciata di contorno per nascondere i classici tic e momenti isterici dove il controllo viene meno.

È lo stesso per Lady Raven, che necessita della figura da popstar mondiale, famosissima, ricchissima, magari anche debole, ma capace di diventare un leone e assumere il controllo perso dal killer per ostacolare la sua fuga.

Non a caso nel cinema di Shyamalan capita spesso di affrontare il discorso della fede, del superare quel muro invisibile fatto di limiti impostati da altri. Anche da chi ha fatto thriller fino ad oggi. Certo, non puoi superare Fincher, ma puoi divertirti a giocare con i diversi personaggi. Ecco Trap.

Gabriele Barducci