District 9

District 9, il perfetto equilibrio tra denuncia a satira

Sembra passato un tempo indefinito da District 9. Siamo nel 2009 e quell’opera tra denuncia e satira sembra non aver perso la sua irrefrenabile forza narrativa. Di quel discorso di tempo e qualità che attanaglia molte pellicole, District 9 sembra vincere, a distanza di circa 15 anni, la dura prova di resistenza del tempo, affacciandosi oggi, come lo sarà anche domani, con una forza inarrestabile, capace di coniugare la forma al linguaggio, guardando ai nostri tempi.

In tal senso è facile rendersi conto che il messaggio veicolato è attuale ancora oggi. Più la società cerca di risolvere problemi sociali e razziali, più questi sembrano rimanere incollati al nostro sistema nervoso. Non riusciamo a liberarcene e il Cinema è la memoria di queste situazioni. Che sia il 2009 o il 2024, siamo ancora lì a costruire recinti dove rinchiudere il diverso, l’alieno.

La trama di District 9 è delle più semplici: negli anni 80 una grossa navicella aliena si ferma sopra Johannesburg, in Sud Africa. Nessun segno, nessuna azione, solo una grossa navicella aliena che rimane lì, immobile, incapace di dare delle risposte circa le intenzioni.

Quando l’esercito decide di entrare nell’astronave, dentro trova degli alieni sporchi e mal nutriti. Vengono portati a terra, dove il governo costruisce una zona simil campo profughi, denominato District 9, dove gli alieni rimarranno rinchiusi in un regime di apartheid per i successivi anni, fino agli eventi del film.

Con l’istituzione di una società governativa per censire, controllare gli alieni e anche sfruttare la loro tecnologia per scopi militari, seguiamo le vicende di Wikus, funzionario di questa istituzione che verrà a contatto con una sostanza distillata da uno di questi alieni, che lo trasformerà nelle ore successive in un alieno.

L’uomo bianco, che prima si faceva beffa degli alieni, disprezzandoli, adesso è un essere di due mondi, non più umano, ma ancora non completamente alieno, si ritroverà a vivere gli stessi soprusi che prima infliggeva alle creature, scoprendo che dietro le sembianze da “gamberoni” come veniva ironicamente chiamati, vi erano esseri senzienti e intelligenti che stavano cercando di fuggire.

L’asilo non richiesto che viene imposto, con il gioco delle prospettive che inizia da un lato dello schermo per finire dall’altra parte, con un’incalzante voglia di far uscire dalla sabbia tutto il lavoro governativo fatto di sottobanco, il tutto sempre visto dagli occhi di Wikus, ormai nel pieno della mutazione, dove un occhio resta umano, l’altro ormai è gonfio, rosso, vicino alla trasformazione.

L’esordio di Neill Blomkamp è di quelli forti, che difficilmente si scordano e a distanza di anni quasi dispiace vedere come il suo cinema, proseguito con Elysium e Humandroid, non sia riuscito a fare breccia. Eppure, anche negli ultimi due titoli proposti, la disparità sociale, razziale come anche di semplice disponibilità economica, l’equilibrio precario di un sistema che si prefigge perfetto, invece pieno di falle, è sempre stato al centro della sua narrazione.

Magari ridondante o fagocitato da un sistema hollywoodiano che deve rispettare regole non scritte nel suo fare intrattenimento, District 9 è figlio del corto Alive in Joburg, sempre diretto da Blomkamp anni prima, scoperto da Peter Jackson e super finanziato così da realizzarne un film. Jackson ci vide bene, District 9 arrivò ovunque, dimostrando come con mostri e alieni si poteva raccontare in modo estremamente cinico la nostra società.

Ne è stata una dimostrazione anche Monsters (2010) di Gareth Edwards, concept simili, ma creature diverse, dove il seme della narrazione è sempre quello: quarantene, mostri e creature da fuori disprezzati, ma se si ha la minima voglia di osservare meglio, si ritrova sempre un sentimento e un’ umanità che gli abitanti di questa Terra sembrano aver perso.

Gabriele Barducci