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Il parrucchino su Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez

A proposito di Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez, seconda stagione di una serie antologica che vedrà Ed Gein protagonista della terza, non si sono letti gli stessi elogi della prima, quella su Jeffrey Dahmer. E né gli stessi attacchi da parte dei famigliari dei defunti dal momento che nel caso Menendez i parenti delle vittime sono anche quelli dei carnefici. Quindi praticamente nessuno si è sentito ferito, a parte i due fratelli accusati di omicidio, ancora in carcere e ancora aggrappati alla loro versione della verità a cui, però, sono gli unici a credere. Erik e Lyle non sono contenti di come sono stati ritratti, ma nella condizione di cattività in cui si trovano hanno potuto fare poco per ostacolare Netflix nella produzione di questo ennesimo prodotto volto a mercificare una tragedia per assecondare i gusti di un pubblico sempre più assettato di sangue e crimini.

Non ci deve interessare la testardaggine dei fratelli Menendez nel difendere se stessi e neppure ci deve interessare se, oltre alle colpe ormai certe, ci siano anche delle motivazioni valide dietro al gesto che essi hanno compiuto, ossia uccidere i genitori. No, di quello si occupino gli organi della legge preposti (sempre che ci sia qualcosa ancora da appurare: il verdetto parla chiaro e tutte le prove portano nella direzione degli imputati), e domandiamoci piuttosto perché si è voluto fare una stagione su questi due fratelli assassini, pesci piccoli rispetto ai già citati Dahmer e Gein, individui dal deragliamento mentale più affascinante per gli amanti del macabro.

Se l’abisso di Dahmer e Gein è così profondo da non permettere di vederne il fondo, quello di Erik e Lyle Menendez ha più le dimensioni di uno stagno. I fratelli, anche a causa del castello di bugie che costruiscono, ci vengono presentati come dei poveri idioti oltre che dei viziati egocentrici scollegati dalla realtà. Due benestanti sempliciotti che vivono su un piano dove solo l’apparenza conta: i soldi sono il motivo primario per il quale massacrano il padre e la madre. Un atto che compiono nel segno di una disumanità assoluta con una raffica di colpi esplosi da fucili a pompa che rendono i cadaveri dei colabrodo. Due morti, due colpevoli. Fine della storia. Tutto è molto chiaro. Sono dei mostri? Sì, ma senza una carriera da serial killer sulle spalle. Insomma: la loro esistenza e le loro personalità non ci sembrano così interessanti da reggere il peso di un’articolazione della trama in quasi dieci episodi.

La serie, per permettere a se stessa di durare nove puntate – che sono anche troppe per la pochezza di quello che deve raccontare, ribadiamolo – punta tutto sul mostrare quanto ingarbugliate siano le implicazioni morali che hanno portato i fratelli al delitto. Le presunte molestie subite e il codice di omertà che vigeva nelle mura domestiche sono elementi che vengono esibiti in sede processuale senza possibilità che qualcuno possa controbattere. L’inconsistenza delle prove è nulla in confronto alla progettualità con cui i Menendez e il loro legale provano a imbastire una difesa basata su ricordi di eventi forse mai avvenuti e bugie senza fondamento. E così si rimane anche noi di fronte allo schermo: perplessi nei confronti della vicenda raccontata perché sembra tutta una fabbricazione ai nostri danni, per illuderci e convincerci di qualcosa, costi quel che costi. La verità è così impossibile da determinare da poterci fare solo una cosa: metterla costantemente in dubbio. Narrare il conflitto tra il vero e il falso senza offrire una soluzione è l’aspetto più attuale di Monsters: La storia di Lyle ed Erik Menendez perché il periodo storico che stiamo attraversando non è mai stato così manipolabile in termini di rappresentazione della realtà dei fatti. Il palcoscenico del mondo è come il teatrino allestito dai Menendez: mutevole, contradditorio, illogico. E non appaga. Confonde solo.