Quando Il pasto nudo arrivò nelle sale statunitensi e canadesi fu un mezzo flop. La prima a non credere nella riuscita commerciale del progetto fu la distribuzione che non spinse in alcun modo il film di David Cronenberg, un prodotto considerato troppo intellettualoide per le masse e troppo poco orrorifico per i fan del regista. L’omonimo romanzo di William S. Burroughs era ieri come oggi un titolo di culto per i lettori, anche per quelli a digiuno volontario dalle droghe, eppure non bastò a trascinare il pubblico nelle sale. Perché? Uno dei motivi principali fu la scelta di adattare solo alcune parti di Il pasto nudo e di affiancarle a stralci della vita, romanzata o vera, dello scrittore. Ma fu un’operazione giudicata da molti un tradimento della fonte letteraria, nonché una prova di scarso coraggio da parte di Cronenberg, che invece si stava aprendo a una nuova fase della sua carriera, più cerebrale e intima che sanguinolenta, come ben rappresentato dall’opera successiva: M. Butterfly. Inoltre, tornando a Burroughs – che tra l’altro pubblicamente non parlò mai male del film (tutt’altro) e in privato benedì il regista di Videodrome prima ancora che iniziasse le riprese di Il pasto nudo – bisogna fare una considerazione: anche quando si trattò di narrarne degli episodi di vita, alla verità Cronenberg preferì il mito cresciuto attorno alla figura dello scrittore, un mito, va detto, che lo stesso Burroughs in prima persona aveva voluto cucire su di sé. Ma quando il regista deformò il mito per instradare il racconto di Il pasto nudo su un percorso più congeniale a sé che alla vita e carriera di Burroughs, ecco che in molti storsero (e storcono ancora) il naso.
C’è un modo per godersi e apprezzare il film: fottersene di tutto quanto scritto sopra. E anche di un’altra critica mossa a Cronenberg: quella di aver realizzato una visione lucida di quello che era testo intriso di droga dalla prima all’ultima pagina. A differenza di Burroughs, il regista canadese non era né omosessuale né un omicida, né tantomeno un (ex) eroinomane, eppure sentiva di poter fare suo un libro seminale per il Novecento come Il pasto nudo. Virtù d’artista, più che sconsideratezza o tracotanza.
Di fatto, Cronenberg realizzò un noir malato, fatto di paranoie e allucinazioni, caldo asfissiante e annullamento di quasi ogni desiderio. Il protagonista abita spazi chiusi, fugge costantemente da qualcosa, interagisce col prossimo meno che può e lo fa sempre con un fine utilitaristico, che sia recuperare una dose o un’informazione. In un gorgo fatto di iniezioni e percezioni illusorie, Bill Lee / William Burroughs (col volto gelido e inquietante nella sua inespressività di Peter “Robocop” Weller) affronta se stesso quale nemico principale della sua esistenza, la quale si realizza davvero solo quando si siede a scrivere. Il pasto nudo è quindi, in primis, un film sulla scrittura e sulle difficoltà che essa rappresenta per chi si accinge a praticarla con serietà, costanza, fatica. Cronenberg padroneggia l’argomento perché lo conosce bene, essendo uno sceneggiatore che, anche quando lavora ad adattamenti da testi altrui (Ballard, DeLillo, King, …), sa sempre mettere sé e la sua esperienza in ciò che poi andrà a dirigere. È incidentalmente anche un romanziere, sicché conosce doppiamente gioia e dolori della scrittura.
Film e romanzi devono seguire direzioni diverse, spesso opposte. Il pasto nudo ha una traiettoria che si avvicina più agli autori coinvolti che all’opera di riferimento: nel film c’è tanto Cronenberg quanto Burroughs e l’identità di entrambi è in un continuo rimestamento miasmatico che restituisce a chi guarda il film l’impressione di uno stato febbrile senza chance di guarigione. I momenti in cui si avverte con maggiore intensità la carica virale con cui il protagonista convive sono quelli in cui egli si dedica a tenere acceso il sacro fuoco della scrittura. Bill batte i tasti delle macchine da scrivere in uno stato di trance e in quegli istanti ci sono solo lui e le parole che produce, non il mondo reale fuori dalla porta, non i mostri che infestano la sua mente, soltanto la sensazione di smaterializzarsi nell’atto di dare forma a pensieri innescati a partire da influenze esterne o recuperati nello strapiombo dell’interiorità. Il recupero di materiale narrativo ripugnante e socialmente inaccettabile è l’atto di ricongiungimento con le zone più turpi dell’anima. Solo temerari come Burroughs o Cronenberg ci sono riusciti.

