Terminato Nosferatu, prima di uscire dalla sala, vi potrà capitare di sentire una voce fastidiosa pronunciare questi due cognomi: Murnau, Herzog. È qualcuno che sta facendo quel che non andrebbe fatto: paragonare il Nosferatu appena visto con i precedenti, come se porre in fila tre film separati l’uno dall’altro da circa mezzo secolo avesse un senso. Epoche diverse, diversi modi di fare cinema, diverse personalità all’opera … evitiamo qui di addentrarci in un excursus non richiesto e rileviamo solo alcuni fatti: il Nosferatu di F. W. Murnau nasce da una fonte letteraria non dichiarata (Dracula di Bram Stoker); il Nosferatu di Werner Herzog è, pur con le opportune rimodellazioni, un calco (dichiarato) della pellicola di Murnau; quello di Robert Eggers riesce ad avere una sua identità anche quando il debito nei confronti dei primi due è alla luce del sole. Dissennato rapportarli tra loro.
Uno degli aspetti per cui questo nuovo Nosferatu si farà ricordare è il suo glaciale catastrofismo. Non vi è mai una vera speranza di salvezza dietro le azioni dei personaggi, anzi, talvolta essi si comportano accogliendo la disgrazia con un abbraccio e andando sostanzialmente incontro al Male. A conti fatti, non vi è neanche una marcata distinzione tra il regno dei vivi e quello dei morti: i due scivolano l’uno sotto l’altro a fasi alterne, l’uno emerge allo sprofondare dell’altro per poi avvicendarsi in un ciclo continuo che non conosce fine tanto che, sull’ultima inquadratura, non si è sicuri di essere in una dimensione piuttosto che nell’altra. Attenzione: è sbagliato pensare che Eggers non sappia trovare il coraggio sufficiente a delineare con maggiore precisione i confini del mondo che i protagonisti del film abitano. Non è così. Egli vuole farci calare in un universo dove il caos è un elemento impossibile da governare, dove la ragione deve fermarsi di fronte all’ignoto. La scienza, la conquista più grande dell’essere umano ottocentesco, smette di valere qualcosa dinnanzi a una realtà incomprensibile e diventa un semplice rigurgito d’aria quando si provano a dare vacue spiegazioni rispetto a ciò che si tenta di comprendere applicando principi non più validi. Il caos non conosce regole.
In Nosferatu il Male ha varie forme: la peste, il conte Orlok, gli zingari, la speculazione immobiliare, l’esoterismo, o, perché no, ancora la scienza. Non vi si scampa sia perché è impossibile farlo, sia perché in qualche modo lo si vuole accogliere. Tendere la mano al Male significa però anche decidere di intraprendere un viaggio interiore che ha per percorso e per meta il Male stesso. Che sia in stato di sonnambulismo o di veglia, i protagonisti si muovono in una direzione (altresì temporale, non solo spaziale) sconosciuta che, in quanto tale, è la negazione stessa del Bene, di per sé sempre certo e confortante. Anche quando invisibile, il Male è una condizione in cui Eggers ci pone in ogni scena. Nessun luogo è sicuro: che lo si vada a cercare o che ce lo si trovi davanti, il Male è ovunque in Nosferatu, come se nessuno dei personaggi potesse farne a meno. Persino quando esso viene messo a nudo (di nuovo l’inquadratura finale) e non è nulla più di una carcassa, si avverte la sensazione che il Male tramutato in morte sia un veicolo di una pace impossibile da raggiungere in vita.

