Chi frequenta o chi, almeno una volta, è finito per caso su queste pagine sa che Vero Cinema è un sito che corre sul fiume del sesso e della morte, costanti della vita. Sulle rive ci siamo arenati, ci siamo fermati a guardare i cadaveri passare e le novità galleggiare dirette a fondo valle, ci siamo interrogati su chi fossimo, su cosa stesse diventando il mondo, su chi fossimo diventati noi lungo un percorso decennale fatto di centinaia di articoli. Da qualche parte questo fiume ci ha portati. Da qualche parte siamo finiti. Qualcosa è successo. Qualcosa no. Oggi siamo ancora qui.
Del qui e dell’ora parla The Room Next Door, che è, sì, anche propaganda per l’eutanasia, ma solo in minima parte. Se Pedro Almodovar si focalizza sull’importanza di poter scegliere cosa fare della propria vita, specie quando le condizioni di salute (fisica e mentale) non offrono speranze di un futuro sereno, contemporaneamente sviluppa un intreccio narrativo che è un inno alla quotidianità, al godersi ogni singolo giorno cercando di fare quel che più dà piacere.
La fine della vita da un lato, dall’altro una sua celebrazione. The Room Next Door non chiude gli occhi sul dolore che racconta, prova semmai a sottolineare l’importanza di mantenere una lucidità di fronte alla consapevolezza della morte. Scegliere cosa fare, cosa vedere, cosa visitare, cosa leggere, cosa mangiare prima di morire ha in sé ben poco di poetico, essendo in fondo una successione di eventi che si svolgono con meccanicità, tuttavia questo modo di organizzare quel che resta della vita può avere di poetico perlomeno l’aspetto. Se ci si riesce, ovvio. Se si riesce quindi ad ammettere a se stessi che i giochi stanno finendo e che la giostra deve fermarsi e, contemporaneamente, si ha una tale freddezza nei propri riguardi dal concentrarsi sulla singola azione da compiere, che potrebbe essere l’ultima, convivendo con la certezza che i giorni a disposizione sono contati.
Nel difendere il piano di una delle protagoniste, il regista fa anche altro: spiega cioè che, in astratto, il gesto che lei vuole compiere potrebbe valere per un altro individuo che non si trova nella medesima condizione di lei. Difendere il diritto al fine vita non significa solo riferirsi ai malati terminali, significa includere chiunque non ne possa più, per un motivo o per l’altro. Certo, nell’ottica di imprimere una qualche positività nella materia di The Room Next Door, l’ideale sarebbe riuscire a far comprendere a chiunque si trovi in difficoltà l’importanza di resistere, combattere, e di cercare e trovare un senso per andare avanti. Non sempre però è possibile. Non sempre lo si vuol fare. E, senza colpevolizzare nessuno, chiunque dovrebbe sentirsi libero di scegliere cosa crede sia meglio per sé. Questo, in fondo, è il messaggio di amore e di vita di The Room Next Door. L’eutanasia è uno strumento, non rappresenta tutto quello che spinge una persona a farne uso. E nessuno dovrebbe permettersi di ostacolare un suo simile nel percorso di uscire “di scena”. Pensiamo a Jean-Luc Godard e a come ha detto addio a tutti senza dire assolutamente nulla. O a Mario Monicelli. In silenzio entrambi sono stati capaci di parlare a chiare lettere.

