La storia di come Shadowland, il libro del 1978 su Frances Farmer scritto da William Arnold, sia stato strappato dalle mani del suo autore da alcuni loschi figuri di Hollywood per farne un biopic uscito nelle sale nel 1982 è una vicenda dell’orrore dentro a un’altra. Ma se oggi ci interessiamo ancora a questa attrice è merito di Kurt Cobain, che le ha dedicato una traccia contenuta nell’album In Utero (1993). Simbolicamente, il leader dei Nirvana profetizzava una resurrezione di Frances Farmer (o del suo spirito, più probabilmente), armata di scure e desiderio di rivalsa su Seattle, la città che le aveva dato i natali assieme al primo stigma di strega.
Frances, il biopic interpretato da Jessica Lange, ripercorre gli anni salienti del percorso professionale dell’attrice tra cinema e teatro, ossia tra set odiati e palchi calcati con passione. Le ellissi si sprecano e il tempo diventa misura della confusione mentale a cui è sottoposta l’attrice nei suoi internamenti all’interno di strutture psichiatriche, vittima di ogni genere di crudeltà. Più carceri che manicomi, più lager che ospedali. Luoghi di somministrazione di barbarie dove l’umanità si riduce alla prevaricazione di chi può usare il pugno duro contro individui che si trovano in assenza di piena o totale capacità di intendere o volere.
Nel descrivere la parabola (auto)distruttiva di Farmer, il film lavora bene nel dipingere Hollywood come un tritacarne dell’essere umano. Agli occhi dei produttori Frances è solo «good tits», delle belle tette, un pezzo di carne da vendere sullo schermo, una donna che deve ubbidire e, soprattutto, non avere idee. La personalità di Frances si scontra con la realtà: si pone preoccupazioni di cui non dovrebbe curarsi (es. un costume troppo nuovo in una scena ambientata tra polvere e sporcizia; la fedeltà al testo da cui è tratta una pellicola; …), capisce di non avere voce in capitolo su un bel nulla e finisce col fare solo quello che i dirigenti le dicono, detestandosi e detestandoli. Nel mezzo, convive coi sensi di colpa per lavorare nel cinema quando l’America è piagata dalla Depressione. E nonostante le maggiori soddisfazioni raggiunte in parallelo grazie al teatro, ritorna sempre a Hollywood, porto (in)sicuro come lo è la sua famiglia, con cui ha un analogo rapporto conflittuale.
La Frances Farmer che impariamo a conoscere è una creatura eternamente punita per il suo carattere difficile da domare. Da quando nasce, è circondata da persone che la pugnalano alle spalle e che non le perdonano la libertà a cui ambisce. Della sua flagellazione si occupano la madre – a tratti il film sembra recuperare alcune dinamiche e aspetti di Marnie (1964) –; i produttori di Hollywood che, reputandola ingrata, vogliono distruggerla sul piano dell’immagine e rovinarne la carriera; infine gli organi della Legge e della Giustizia, ammanicati con l’industria dello spettacolo e con la stampa, che tra le altre cose la accusano di complicità con gruppi comunisti.
Nel suo scontrarsi con le autorità, Frances viene ciclicamente schiacciata dalla loro forza. Si legga la scena del furto del diario non solo come la massima invasione della privacy, ma anche come una violenza compiuta su ciò che di più intimo una persona come lei può avere: un dialogo scritto con se stessa di cui è sia autrice sia (unica) spettatrice. È il momento definitivo nel processo di distruzione dell’attrice: non solo verranno aperte e controllate le lettere che riceverà mentre è ricoverata, ma a venire conquistato sarà il suo stesso corpo tramite sondini naso-gastrici, iniezioni di “vitamine” (cocktail di farmaci e psicofarmaci), elettroshock, lobotomia, violenze sessuali. Nel sopprimere ogni diritto viene zombificata la sua individualità per mezzo del soffocamento di quello che la rende unica: il pensiero. La disintegrazione di Frances viene venduta come cura per la sua igiene mentale. Il fine è la reintegrazione nel tessuto della società, cosa che di fatto poi avverrà. A quel punto però di lei non è rimasta che una vaga sembianza, uno spettro di chi era prima.

