Quando a William A. Wellman venne proposta la regia di The Story of G. I. Joe (1945) pare che non l’avesse accolta volentieri. Sfegatato fan di tutto ciò che concerneva gli aerei e a sua volta aviatore durante la Prima guerra mondiale (sul fronte francese seminò il panico tra i nemici tedeschi), non era entusiasta dell’idea di dirigere un film sulla fanteria. Non che la disprezzasse, sia chiaro, solo che non ne condivideva pienamente lo spirito dal momento che i luoghi che aveva percorso e dominato erano stati le nuvole e il cielo, non la terra e il fango. Si convinse solo dopo aver letto la sceneggiatura, tratta dai racconti dal vero del corrispondente Ernie Pyle, che morì in Giappone prima che il film uscisse nelle sale e la guerra volgesse al termine. Pertanto, quando in una delle prime scene viene mostrato un soldato che minaccia di mutilarsi le gambe pur di non far parte della fanteria poiché in cuor suo si sente un aviatore (anche se troppo grosso per stare dentro la carlinga), pensate che a parlare sia Wellman.
I G. I. Joe a cui fa riferimento il titolo originale – in Italia il film è conosciuto come I forzati della gloria – non sono i personaggi di una famosa linea di giocattoli che ne ha recuperato il nome, bensì i soldati degli Stati Uniti d’America durante il secondo conflitto bellico. G. I. è l’acronimo di General Issue / Government Issue o – ed è il più gagliardo – Galvanized Iron, mentre Joe deriverebbe da un fumetto ed è un nome generico per rappresentare tutte le etnie americane.
Spostandosi dal Nord Africa al Sud Italia per poi risalire il nostro paese liberandolo dall’infestazione nazifascista, i protagonisti del film di Wellman vengono dipinti come salvatori di una nazione che non attende altro che rinascere. È un’Italia macchiettistica ai limiti del caricaturale (e siamo sicuri che agli occhi degli USA sia ancora così, ottant’anni dopo), fatta di ignoranti e sempliciotti, di donne con croci al collo, bambini che chiedono sigarette e ricevono al posto cioccolata, di macinini per il caffè e scritte mussoliniane nelle vie. Un’Italia profondamente credente, che vede nelle chiese non solo i luoghi sacri, ma quelli di più forte aggregazione sociale. La Fede è il collante che fa da ponte tra un cittadino e l’altro, indipendente dal fatto che dentro di sé creda davvero o solo per comodo. La religiosità è quindi inviolabile, mentre in guerra a essere violati sono spesso gli edifici preposti alla sua legittimazione, una faccenda che in una sequenza di The Story of G. I. Joe viene gestita con una punta di umorismo: chiesa esplosa, macerie ovunque, cecchini tedeschi sparano ai soldati americani, che rispondono al fuoco e stanano i “porci crucchi” da lì, con tanto di battuta: non è il posto più adatto per uccidere, ma la guerra è guerra.
E se gli italiani del film sono quelli che sono (brava gente, forse anche migliore e sicuramente più solidale di quella vera, dedita a delazioni e vendette private), più tenero ancora è il ritratto dei vari G. I. Joe, tutti diversi eppure tutti uguali, con le loro foto di donnine mezze nude, le lettere profumate delle fidanzate, i vinili con le voci registrate dei propri cari, il jazz ascoltato alla radio, i cani-mascotte portafortuna. E quanto ancora li dobbiamo ringraziare per essersi sporcati le mani e averci liberati …

