The Alto Knights Recensione Analisi Storia Vera Spiegazione Genovese Costello Mafia

La tanatoprassi di The Alto Knights

In un’intervista al «New York Times» il produttore Irwin Winkler immagina un futuro radioso per il suo The Alto Knights, prevedendo che nel tempo diventerà un classico come Quei bravi ragazzi. È una pia illusione. Il film ha floppato in sala e quasi nessuno se lo sta filando sulle piattaforme. La sua corsa è già finita. Non verrà mai riscoperto o rivalutato e non perché sia un film tremendo. Non lo è, a partire da Robert De Niro in un doppio ruolo e dalla fotografia di Dante Spinotti, che insieme rendono apprezzabile il piattume registico di Barry Levinson, forse il migliore tra i mediocri registi di Hollywood (ciononostante è impossibile non averlo in simpatia, va ammesso).

Il quasi novantaquattrenne Winkler, con una mano aggrappato in rigor mortis al personaggio di Rocky Balboa – sulla faida con Stallone si potrebbe scrivere un libro, ma non lo faremo – e con l’altra alla sceneggiatura di un film sulla mafia italoamericana, Scarpa, che dubitiamo riuscirà mai a realizzare nonostante ne parli da decenni, dimostra di essere scollegato dalla realtà. Coi tempi che corrono, buon per lui, però quando un mogul perde il contatto col mondo che lo circonda è un chiaro segno, qualora ce ne fosse bisogno, di quanto la sua carriera sia tenuta in vita solo dall’ostinazione. Lodevole che alla sua età stia ancora lavorando con entusiasmo, ma quando una persona arriva a non vedere (o a non voler riconoscere) l’abisso qualitativo tra un film di Scorsese e uno di Levinson, cos’altro c’è da fare se non chiamare la neurodeliri?

The Alto Knights è figlio di tutto ciò: esce tardi, esce male, e non c’entra nulla con il panorama cinematografico di cui disperatamente cerca di fare parte. È fuori mercato, per dirla in parole povere, e sarebbe stato comunque un film pieno di limiti anche se fosse stato realizzato negli anni Novanta, periodo in cui si è fossilizzata la mente di Winkler. Se non altro – e questo è un merito di chi l’ha fotografato e di chi ha lavorato al comparto make-up, non di chi l’ha scritto – The Alto Knights mette in scena l’imbalsamazione di un’epoca, tanto quella degli anni Cinquanta quanto quella attuale. Dietro a una narrazione priva di pathos, ciò a cui si assiste davvero è un’esposizione geriatrica di uomini con facce di gomma, croste sulla fronte, stempiature ingellate, forfora spalmata sulla nuca assieme alla brillantina, volti butterati, incartapecoriti, bolsi, congelati in un’inespressività che fa sembrare i personaggi dei pupazzi da museo delle cere. È un’asfittica idea di cinema quella di The Alto Knights, come le atmosfere evocate dal film, pur immerso in spazi tanto ampi quanto svuotati di tutto. È il nulla che racconta il nulla, ossia il nulla che racconta l’oggi anche quando ricostruisce eventi passati. E se si considera ciò in un’ottica programmatica di cui il film forse non è neanche consapevole, può non essere un difetto. Anzi, un pregio. Come quando viene mostrato un senatore partecipare a uno show televisivo e uno dei protagonisti domandarsi se sia giusto che ci vada invece che pensare a sistemare la società. Una questione legittima che si dà da sola una risposta: no, però sì. La politica è uno show e la tv un palcoscenico di tutto rispetto, oltre che utilissimo. Lo schermo come cornice, contenitore e contenuto. L’America di metà anni Cinquanta come embrione deforme del mondo che verrà.