Jean Harlow recensione film biopic verità

La Hollywood di Harlow

Un biopic del 1965 potrebbe anche essere perdonato per raggiunti limiti di età, ma Harlow no. Il film si presenta infatti come una rilettura fantasiosa della vita di Jean Harlow, attrice simbolo del cinema hollywoodiano anni Trenta. Capelli biondo platino, corpo seducente (e molto chiacchierato), abiti succinti, bocca sguaiata, atteggiamento da finta stupida, ecco il tipico personaggio interpretato dalla diva, a lei sovrapponibile anche nella sfera privata (almeno per come veniva venduta dalla stampa).

A circa trent’anni dalla morte dell’attrice, avvenuta nel 1937 con le riprese dell’ultimo film (Saratoga) ancora in corso, Harlow viene realizzato per celebrare una leggenda di Hollywood deceduta troppo presto, ma il cui impatto sul pubblico è stato immenso. Si sa, per esempio, quanto la stessa Marilyn Monroe, memore delle visioni di Jean Harlow sullo schermo quando era bambina, abbia modellato su di lei la sua immagine. Il biopic però si arena sulle sue premesse: nel tentativo di raccontare una storia vera, è costretto a raccontarne una falsa, così falsa da non essere vicina neanche a quella artatamente cucita sulla pelle di Jean Harlow mentre era ancora viva.

Ovvio che in Harlow c’è qualcosa di autentico, ma quando vengono inventati di sana pianta i titoli in cui lei ha recitato – elenchiamoli pure: The Allegheny Trail, Sin City (no, non quello), Yukon Fever, Wild Journey, Luscious Lady, Blonde Virgin, Love Me Forever – e viene modificata la modalità della morte (da nefrite a polmonite), il film emerge per quello che è davvero: una menzogna. Senza parlare poi di altri elementi biografico-famigliari che gridano vendetta, come la descrizione che viene fatta del contesto d’origine dell’attrice o di come lei si autodistrugga la carriera. Da un punto di vista storico Harlow è un bidone come pochi altri. Bisogna rinunciare alla pretesa di vedere nel film il ritratto autentico di una persona per guardare, invece, al mondo attorno a lei che è tristemente realistico.

Sempre per rievocare ancora Monroe, a suo modo Harlow è una sorta di Blonde ante litteram, una requisitoria contro il male gaze. Osserviamo la protagonista farsi strada tra registi che la mangiano con gli occhi e produttori che le fanno capire che se vuole lavorare deve farsi scopare e stare zitta. Per quanto la Jean Harlow del film dia prova di un’integrità altissima, rifiutandosi di compiacere qualche pezzo grosso pur di un impiego e andando incontro letteralmente alla fame (si pensi alla scena in cui si finge una comparsa per poter accedere al catering), la narrazione si sofferma quasi più sui lumaconi che la circondano che sul suo reale talento.

L’attacco ai piani alti delle case di produzioni (la MGM, tra l’altro mai nominata) è alla luce del sole: gli uomini vedono in Jean Harlow solo un bel pezzo di carne da sfruttare tanto su un casting couch quanto su un set. E le battute che equiparano la donna a una mucca si sprecano, ne citiamo giusto un paio: «The best beef comes from Kansas City» (dove lei è nata); «You are a piece of meat rolling into the meat-grinder». La riduzione di Jean Harlow a qualcosa che non va oltre il suo aspetto è confermata anche dalle sue paure («All they want is my body», dichiara alla madre) e da ciò che gli altri le dicono («You have the body of a woman and the mind of a child»), tanto che le trattative per farla recitare in un film piuttosto che in un altro sembrano mere transazioni tra venditore e acquirente al mercato del bestiame (la scena in cui il produttore parla solo con il talent agent come se lei non fosse neanche presente alla conversazione). In sostanza, Harlow dipinge Hollywood come un foro boario gestito da una élite unicamente composta da uomini, specchio di una società patriarcale.