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Appunti sparsi su Presence di Steven Soderbergh

Presence è la prova provata di quanto a Steven Soderbergh non importi più nulla delle sceneggiature da cui trae i suoi film. Una scelta che rispettiamo e che al contempo ci fa domandare di cosa succederà in futuro proseguendo di questo passo. Film muti? Magari. Film senz’alcun arco drammaturgico? Eh, ci siamo quasi. Film fatti di sole immagini senza alcune connessioni logiche? Difficile. La fiducia e la stima che riponiamo nel regista è tale per cui non ci preoccupiamo di che fine farà il suo talento: ci sarà sempre, in ogni forma che il suo cinema prenderà.

Presence non rimarrà impresso negli annali. E non perché, venduto come horror, horror non è, ma perché non ha elementi particolari che lo possano rendere memorabile né nel breve né nel lungo periodo. A partire dalla regia, impostata su una soggettiva a metà strada tra il phantom ride e gli home tour delle agenzie immobiliari, accompagnata da una colonna che sembra uscita fuori dalla Hollywood classica.

Quella di Presence è un’altra storia di fantasmi come non se ne sentiva il bisogno, salvo poi andare a parare sull’altro piano narrativo, quello abitato da individui in carne e ossa più spaventosi e pericolosi di spettri, entità paranormali, spiriti e via discorrendo. La dimensione orrorifica di Presence è quella della vita vera, fatta da chi procura morte e sofferenza solo per il gusto di farlo (la vicenda del ragazzo che somministra una specie di droga dello stupro per poi soffocare le sue vittime). Ma è anche quella della disgregazione del sistema famigliare occidentale (qui statunitense), mostrata da Soderbergh come se egli stesso fosse uno scienziato di fronte a una gabbia piena di cavie da laboratorio: nel film abbiamo un pater familias, pilastro della casa, in crisi; una moglie insoddisfatta e piena di segreti; due figli (un maschio e una femmina) immersi nel vuoto cosmico della Gen Z. Il regista procede inoltre all’annullamento dei paradigmi dell’horror negandone lo statuto del genere: l’instillamento della paura, che è del tutto azzerata. Presence è in questo senso un anti-horror.

Siamo di fronte a un film che comunica a chiare lettere quanto il mondo fuori dalla porta di casa sia quello da temere. E di questo concetto Presence si fa depositario dall’inizio fino a praticamente la fine, relegando il pubblico dentro le mura domestiche dove la storia si svolge e permettendogli di uscire da lì solo pochi istanti prima dei titoli di cosa. Due scopi: creare una sorta di aderenza con il fantasma imprigionato nell’abitazione; rimarcare quanto scritto sopra: la casa è un rifugio dal male esterno fino a quando esso non si annida al suo interno. C’è di più ed è una riflessione mai indagata fino in fondo: le case sono fonti di ricordi i quali, belli o brutti che siano, fanno spesso stare peggio perché riportano la mente e il corpo a un passato impossibile da rivivere, a un vissuto inaccessibile.