Rust è stato reso pubblico, alla fine. Battezzato nel novembre 2024 al festival Camerimage (a Toruń, Polonia) nell’indifferenza (quasi) più totale e finito nel mare delle piattaforme streaming a maggio, il film implora di essere visto e considerato. Nonostante il clamore mediatico attorno al fatto di cronaca che ha visto Alec Baldwin, attore e produttore, sparare e uccidere la direttrice della fotografia Halyna Hutchins nel bel mezzo delle riprese (ottobre 2021), alla sua uscita Rust non ha destato alcun interesse. Un film sfortunato, per non dire maledetto, che per molte persone non avrebbe mai dovuto essere completato, quasi la sua ultimazione rappresentasse l’opposto di ciò che invece è stato auspicato da Baldwin & Co.: rendere omaggio alla defunta. Se non altro – e questo è incontestabile – non è stata inclusa nel cut la scena dentro la chiesa, quella durante la quale è inavvertitamente esploso il colpo fatale. Com’era inevitabile, Rust è andato incontro a una riscrittura che non sappiamo se sia stata migliorativa o peggiorativa, di sicuro necessaria. Le riprese, interrotte per oltre un anno e mezzo, sono ripartite solo a maggio 2023. Come ovvio che sia, c’è pertanto uno sbilanciamento tra le sezioni del film, specie tra la prima mezz’ora in crescendo (la migliore) e la restante ora e quaranta circa.
Mettiamolo subito in chiaro: a prescindere da tutto quello che è stato detto e scritto, Rust è un buon film. Certo, il western oggi è quello che è, roba da museo, e forse hanno ragione quelli che lo reputano morto, sepolto, superato, eppure ci sono operazioni, come questa o come quella di Surrounded, che provano ancora a rivitalizzare un genere in stato comatoso – il progetto Horizon ne è la prova – che tuttavia continua a destare interesse più per il suo immaginario che per le effettive immagini prodotte. E a proposito di immagini, in Rust ce n’è di bellissime in controluce, a prescindere che siano frutto del lavoro di Hutchins o della collega a lei subentrata (Bianca Cline).
Impossibile avvicinarsi al film senza un minimo di pregiudizio, la sfida è andare oltre. Un’assurda morte, la negligenza e l’inesperienza di chi avrebbe dovuto controllare l’arma, il crimine commesso, l’insoddisfazione popolare nei confronti dell’assoluzione di Baldwin, la scelta eticamente discutibile di concludere le riprese sono elementi di un quadro complesso che però col film non hanno (o non dovrebbe avere) a che vedere. La vicenda può risultare avvincente, lo script non è un disastro e tutti, dietro o davanti la macchina da presa, si sforzano di salvare il salvabile, di dare un senso a un’avventura (quella realizzativa, non quella raccontata) catastrofica.
Il capitolo migliore di Rust è quello iniziale, con i due giovani orfani che devono cavarsela da soli, resistendo ai soprusi dei cittadini che invece che aiutarli provano a distruggerli. Quando il più grande, quello che si prende cura dell’altro, viene condannato a morte (pur con qualche ragione), il film si rivela come disamina sul malfunzionamento della giustizia, spesso troppo iniqua. La lettura che si può fare sulla prossimità di ciò con gli eventi realmente avvenuti è automatica. E su questo sconfinamento tra film e vita vera, compiendo un salto, si arriva anche nel finale quando il personaggio interpretato da Baldwin, già cadavere, viene impiccato perché è comunque giusto che, in quanto omicida, sia sottoposto a un’esecuzione.

