the life of chuck
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The Life of Chuck, esserci in quel momento

The Life of Chuck può essere catalogato con grande abilità come il Canto di Natale o La Vita è Meravigliosa dei nostri anni, o della nostra generazione. Un paragone facile e coraggioso che mette in mostra quanto la narrazione di questo film diretto, scritto, prodotto e anche montato da Mike Flanagan sia in un perenno stato di elevazione grazie all’input dell’omonimo racconto di Stephen King.

È sempre stata tutta una questione di storie e personaggi, di come quest’ultimi plasmino il tessuto narrato con le loro scelte e dirette azioni.

The Life of Chuck inizia dalla fine, da una realtà come la conosciamo oggi che si sta sgretolando in termini di strutture e servizi: prima crolla internet, poi la California si stacca e sprofonda in mare, seguono i servizi basilari, l’elettricità, vulcani emergono in diverse parti del mondo, la benzina finisce, Marte e la Luna si spengono nel cielo, l’Universo sta collassando, la fine è vicina. Buio.

Poi si fa un passo indietro, con il Chuck adulto che si ferma a ballare per strada al suono di una batterista ambulante. Non c’è un motivo. Chuck balla e basta, porta persone a ballare assieme a lui, specialmente una ragazza che è appena stata lasciato dal ragazzo tramite messaggio su smartphone. Eventi di natura causale che si incontrano per creare un momento unico. Prima e dopo di questo continua ad esserci la vita che viaggia alla stessa velocità, ma quel momento, quel preciso momento è stato unico. La scelta di Chuck di fermarsi è stata (in)volontaria e l’ha vissuta fino alla fine. Poi tutto si chiude con  il segmento più lungo, quello di Chuck bambino e adolescente, che vive con i nonni dopo essere rimasto orfano, dove tutto prende una sua misura e i nodi si sciolgono.

A posteriori, The Life of Chuck è un film che fa della musica – come del musical – il sangue che pompa e porta avanti tutti il progetto. È un granello in una clessidra che porta ad un’inevitabile fine, incastrare anche precisi sentimentalismi magnetici fuori dai classici luoghi comuni che prendono la forma di un Chuck curioso della vita e di tutte le persone che incontrerà che lo inviteranno alla grandezza semplicemente dialogando, parlando, lasciando fluire sogni, sconfitte, esperienze e punti di vista. La musica, la matematica, il freddo cinismo per cui tutto è dettato da un tempo e un’equazione a cui, spesso, è impossibile sapere il risultato finale.

E anche quando Chuck, per un evento particolare, vedrà se stesso nel futuro morire, allora il film fa il balzo in avanti: non è godere al meglio della propria vita, ma lasciarsi anche coccolare nel riempire l’attesa della fine, facendo scelte che porteranno a cose buone come cose brutte, ma l’importante, sembra suggerire il film, è esserci, viverle in prima persona, ovunque ci portino, per vivere tutti i nostri “meravigliosi” anni di vita.

Gabriele Barducci