Esterno notte Marco Bellocchio Gifuni serie tv dove vederla cinema Caso Moro

La pervasività di cinema e televisione in Esterno notte

Portobello saprà essere meglio o anche solo al livello di Esterno notte? Una domanda che è lecito porsi, specie se ci si è trovati lontani dal Lido dove la nuova serie di Marco Bellocchio è stata presentata durante la Mostra del Cinema. Siamo onesti, il regista piacentino sta attraversando un momento di grazia, forse il suo migliore da sessant’anni a questa parte, ossia dai tempi dell’esordio. Lungometraggi come Rapito o Il traditore o il documentario Marx può aspettare sono diventati immediati oggetti di culto all’interno del sofferente panorama cinematografico italiano che cadavericamente continua ad andare avanti più per ostinazione che per capacità di dire qualcosa di nuovo o intercettare nuove frange di pubblico. La situazione del nostro Paese è desolante, e non è così diversa da quella del 1978 raccontata in Esterno notte. Sì, ai tempi si andava di più in sala – citando Vittorio Gassman in Anima persa (Dino Risi, 1977), la cui locandina compare nella prima puntata, «Come sono vuote le chiese, solo i cinematografi sono pieni. Oggi è lì che la gente va confessarsi» – ma lo si faceva perché non c’era di meglio da fare e perché c’erano molte meno distrazioni. La nazione soffocava in una palude di burocrazia e immobilismo, come oggi. Eravamo meglio, come popolo? Qualche dubbio c’è.

Al cinema per confessarsi. Di sicuro non ci andava Moro, che preferiva il metodo classico: a tu-per-tu con un prete. Tuttavia, il noto esponente DC era un cinefilo? Chissà. Esterno notte sembra dirci di sì, per esempio quando l’uomo, rivolgendosi ai suoi studenti, racconta di avere recuperato qualche sera prima lo sceneggiato tv Pinocchio (una replica del lavoro di Luigi Comencini, uscito nel 1972). O ancora – qui più per casualità che per intenzione – quando una sera, alla radio, di fronte a un uovo al padellino mangiato da solo, gli capita di ascoltare un servizio sulla realizzazione di Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi, il più acuto osservatore della limacciosa politica italiana negli anni Settanta. Cinema e televisione, forse anche cinefilia e passione per l’intrattenimento sullo schermo (piccolo o grande che sia), occupano un loro spazio dentro a Esterno notte. Ovviamente la materia trattata è altra (e ben nota) ed è lì che Bellocchio insiste, regalandoci lungo le circa sei ore di durata uno spaccato dell’epoca che pochi altri cineasti sono stati capaci di realizzare con così tanta onestà. A distanza di quasi venti anni, Esterno notte divora in un boccone Buongiorno, notte, quasi come se il creatore si fosse reso conto che la vicenda era troppo complessa e aveva troppe implicazioni per non essere ri-raccontata non solo da più punti di vista, ma anche da angolazioni diverse e con una profondità maggiore. Bellocchio torna sui suoi passi per cambiare percorso e guardare uno stesso evento da una prospettiva più ampia.

Nel narrare il ginepraio in cui è finito finito Moro, Esterno notte non smette di mostrare come l’Italia di allora (e il mondo, se si estendesse il discorso) sia diventata condizionata dalla sempre più diffusa cultura audiovisiva. È sugli schermi che passano le notizie, lì che si forma l’opinione pubblica, lì che si può deformare la mente dei cittadini, facendo loro credere qualsiasi cosa, facendogli bere qualsiasi verità, anche quella falsificata. E contemporaneamente la gente sviluppa una dipendenza da quel tipo di informazione, dando vita a un intricato processo di sovrapposizione tra realtà e messinscena, tra fatti spontanei e fatti orchestrati. Una società pilotata, costretta a ridurre la capacità di un pensiero autonomo. Una società in larga parte ridicola: si pensi alla scena di Buongiorno, notte in cui i rapitori di Moro sonnecchiano di fronte alla miniserie televisiva Madame Bovary (1978, regia di Daniele D’Anza) o a quella di Esterno notte in cui un brigatista va a vedere Il mucchio selvaggio (Sam Peckinpah, 1969) ed è pronto a tirare fuori l’arma se le forze dell’ordine, entrate in sala, provassero ad arrestarlo. Un bandito a vedere bambinescamente un film di fuorilegge invece che andare a lavorare. Eppure, in un dialogo delle puntate precedenti era stato detto questo: «Non siamo nel Far West». Ma siamo sicuri che gli ultimi abbondanti cento anni non siano stati e non siano ancora un lungo e violento film western dal quale non ci siamo mai risvegliati?